Il nodo del soggetto politico

 Fra pochi giorni si avvierà il percorso congressuale del PRC che si concluderà alla fine dell’anno. Sarà un appuntamento decisivo e non solo perché sarà l’occasione per una verifica del nostro progetto politico, ma anche per l’eccezionalità della fase in cui questo viene a cadere. Continua a leggere…

Una nuova stagione politica

Il risultato dei referendum non si presta ad interpretazioni di comodo. Il fatto che, in assenza di un’informazione adeguata e alla presenza di manovre truffaldine del governo per depistare l’attenzione dei cittadini, si rechi a votare il 57% dei votanti e di questi ben il 95% voti “si”, dimostra quanto sia stato reale il consenso dato ai quattro quesiti. Peraltro, già il referendum consultivo sul nucleare di qualche settimana fa tenutosi in Sardegna aveva dato risultati simili. Continua a leggere…

La parabola di SEL

di Gianluigi Pegolo

L’intervista rilasciata alcuni giorni fa da Vendola al Corriere della Sera non costituisce l’ennesimo ballon d’essai, ma il punto di arrivo di un percorso politico che va considerato per quello che effettivamente è e cioè una proposta “organicamente moderata” che, peraltro, rimette in discussione la stessa collocazione politica di SEL. Continua a leggere…

RELAZIONE AL COMITATO POLITICO NAZIONALE DEL 21 e 22 MAGGIO 2011

RELAZIONE AL COMITATO POLITICO NAZIONALE DEL 21 e 22 MAGGIO 2011

Per supportare l’analisi, che vi proporrò, mi sono avvalso delle seguenti fonti: dati su comuni e province elaborati dalla compagna Tisba per conto del nostro ufficio elettorale, elaborazioni dell’Istituto Cattaneo, altre informazioni desumibili da ciò che stato pubblicato in questi giorni. Cercherò di essere il più sintetico possibile e per non appesantire l’esposizione eviterò di riportare dati numerici. Continua a leggere…

Cosa ci insegna questo voto

Possiamo, a ragione, esprimere soddisfazione per i risultati di queste elezioni amministrative. Il primo dato, in sé rilevantissimo, è che il centrodestra subisce un duro colpo a Milano. Non si tratta solo della debacle della Moratti, un candidato sindaco sulla cui spendibilità vi erano molti dubbi nello stesso centrodestra, quanto del fatto che quelle elezioni erano state rivendicate da Berlusconi come test nazionale, fino a spingerlo a candidarsi come capolista del Pdl. Il risultato suona quindi come un’esplicita delegittimazione dello stesso Berlusconi e della coalizione di governo, resa ancora più significativa dall’arretramento dell’alleato di ferro, la Lega Nord. Inevitabilmente questo risultato accentua le tensioni nel centrodestra e segna un duro colpo per l’operazione di consolidamento del governo, anche se sarebbe azzardato trarre conclusioni automatiche sul destino della legislatura. Molto dipenderà dai risultati dei ballottaggi.

A questo primo elemento di soddisfazione se ne aggiunge un altro, anche questo non scontato. In alcune grandi città il candidato di sinistra ottiene un risultato di grande valore, al punto da far insorgere la destra contro la minaccia dell’estremismo. A Milano Pisapia sbaraglia il centrodestra e pone una seria ipoteca, nel ballottaggio, sulla vittoria della coalizione di centrosinistra. A Napoli il risultato è ancora più clamoroso, perché in questo caso De Magistris, guidando una coalizione alternativa al Pd, supera alla grande il candidato dello stesso Pd e passa al ballottaggio con il candidato della destra Lettieri. Sono due vicende non identiche, ma che ci dicono di uno spostamento a sinistra dell’elettorato, di una domanda di maggiore radicalità.
Questo non significa che assistiamo alla  crisi conclamata del Pd, che anzi ottiene in generale buoni risultati, ma certamente alla non corrispondenza fra la proposta politica di quel partito e la domanda che viene da parti rilevanti dell’elettorato. Non solo, la vicenda mette in luce l’erroneità della tesi secondo cui nei sistemi di tipo maggioritario per vincere occorra collocarsi al centro. La sconfitta di Morcone a Napoli è, da questo punto di vista, molto significativa, perché quella candidatura era finalizzata ad un’operazione di convergenza con il terzo polo nei ballottaggi.
Così come è indicativo che tanto Pisapia quanto, soprattutto, De Magistris, ottengano più voti della coalizione che li sosteneva. Nel contempo il terzo polo, vezzeggiato dal Pd come possibile interlocutore, al punto da sacrificare al rapporto con questo le alleanze con le forze di sinistra, arranca. Fli in primis, ma anche l’Udc, se si esclude il risultato significativo di Napoli. E nelle realtà dove il Pd privilegia il rapporto con il terzo polo, le coalizioni alternative di sinistra ottengono in alcuni casi buoni risultati, come nelle province di  Macerata e di Vercelli e nel comune di Grosseto, diventando determinanti nei successivi ballottaggi. Il dato generale, insomma, mette in luce una oggettiva difficoltà del Pd a procedere sulla strada delle grandi intese con il terzo polo.
Queste elezioni ci dicono, però, anche qualcosa sulla sinistra. In queste amministrative è cresciuta un’unità a sinistra, anche se in maniera ancora insufficiente, per la indisponibilità soprattutto di Sel. In taluni casi questa unità si è tradotta liste unitarie di sinistra; in altri casi ha assunto la forma di coalizioni autonome dal Pd. L’esempio più eclatante è quello di Napoli con l’alleanza fra IdV, FdS, liste civiche. Ma non si tratta del solo esempio. Nelle elezioni provinciali coalizioni alternative al Pd sono sorte a Macerata,  a Vercelli, a Mantova, a Pavia, a Campobasso. Nei comuni capoluoghi, a Torino, a Rovigo, a Grosseto, a Salerno, a Cosenza. I risultati sono stati diversificati, ma seguendo una logica comune. Laddove la sinistra di alternativa non si riduce ad un micro polo, dove assume una dimensione adeguata ed è in grado di proporsi come alternativa credibile, è possibile rompere la morsa del voto utile, che invece scatta laddove questo profilo non si determina. Il caso negativo più eclatante, quello di Torino, riflette certamente questa tendenza generale, che si manifesta anche laddove le ragioni per una presentazione autonoma erano le più forti, dopo le scelte del candidato del Pd a sostegno di Marchionne e le chiusure settarie dello stesso Pd.
In queste elezioni Prc e FdS ottengono un risultato globalmente positivo, che per molti versi inverte il trend negativo che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi. Nei 24 comuni capoluogo in cui la Fds si è presentata il risultato si attesta all’incirca su quello delle precedenti regionali e nelle 11 elezioni provinciali – un test quindi più politico – si migliora il risultato delle europee di circa lo 0,5% attestandosi, come dato globale, intorno al 4%. E, dato ancora più significativo, riducendo la distanza con le altre formazioni della sinistra, Sel in primis. Spiccano in questi risultati, per l’incremento dei consensi, i casi – fra l’altro – delle province di Gorizia, Lucca, Macerata, Ravenna e nei comuni capoluoghi, oltre che di Napoli, di Milano, Barletta e Arezzo. Questo risultato globale naturalmente è costellato di successi e anche di insuccessi. Nei casi dove i risultati sono stati migliori ha molto pesato il radicamento delle forze della FdS sui territori, la qualità delle candidature e soprattutto la capacità di polarizzare l’attenzione dell’elettorato, di segnare con i propri contenuti le stesse alleanze. Dove invece vi sono state difficoltà e anche arretramenti si misura la debolezza delle strutture locali, ma anche – in taluni casi- l’inadeguatezza delle scelte e, elemento non meno rilevante, la presenza di una competizione serrata a sinistra. Il caso di Bologna riflette in modo evidente questa condizione di difficoltà. Il formarsi di una lista civica di sinistra guidata dalla stessa candidata a sindaco che la FdS aveva sostenuto e che ha posto un veto sulla inclusione della stessa FdS, ha certamente inciso. Ma non va trascurato in queste elezioni un altro dato rilevante e cioè la presenza di una formazione (Cinque stelle) di stampo populista, ma sicuramente capace di penetrare nell’elettorato di sinistra, che ha penalizzato in alcune realtà le liste della Fds.
In ogni caso, i risultati ci dicono che una fase nuova si sta aprendo, una fase in cui scricchiola la coalizione di governo e nella quale ricomincia a spirare un vento di sinistra, che la FdS – oggetto di un oscuramento clamoroso da parte dei principali mass media – riesce almeno in parte ad intercettare. Non si tratta che dell’inizio di un processo che ha interessanti potenzialità, ma che resta denso di incognite, nel quale elemento decisivo è la possibilità che si affermi un polo della sinistra autonomo dal Pd, ma non settario, capace sia di condizionare le alleanze di centrosinistra nei contenuti programmatici, nelle candidature e nel sistema di alleanze che di proporsi, dove necessario, come alternativa. Un’esigenza per dare alle comunità locali governi credibili, ma anche per aprire una prospettiva politica generale. Le alleanze che in queste elezioni la FdS ha costruito in molte realtà con pezzi di sinistra costituiscono una utile base di partenza. Sta a noi saper far vivere queste esperienze e dar loro un raccordo e una base politica comune.
Gianluigi Pegolo

Sinistra di alternativa ed elezioni amministrative

E’ del tutto evidente che le imminenti elezioni amministrative assumeranno un rilievo particolare. Non si tratta del solito appuntamento annuale, ma di un vero e proprio test politico generale, in questo senso destinato a influire non poco sulle vicende future. L’interrogativo che comincia a fare capolino è se un eventuale insuccesso in alcune grandi città del centro destra possa determinare la crisi dell’attuale coalizione di governo e le conseguenti dimissioni di Berlusconi. Ho l’impressione che questi interrogativi muovano più da una speranza, che da concrete possibilità. Nondimeno, è certo che un eventuale insuccesso del centro destra ne logorerebbe ulteriormente la tenuta e aprirebbe uno scenario positivo. Continua a leggere…

Il partito di cui abbiamo bisogno

La scorsa settimana, su richiesta dei compagni del PRC, ho partecipato a due iniziative in provincia di Napoli, la prima nel comune di Visciano e la seconda in quello di Marano. Sono state due iniziative importanti. La prima era l’inaugurazione del nostro circolo. La seconda l’assemblea di presentazione della coalizione di sinistra, di cui il PRC e la FdS fanno parte, che si cimenterà nelle prossime elezioni amministrative. Sono state due iniziative molto riuscite. A Visciano una cinquantina di persone ha partecipato all’inaugurazione del circolo, fra cui il sindaco e il vicesindaco della coalizione di centro sinistra che guida il comune. A Marano in un’assemblea affollata (circa trecento persone) è stata presentata la coalizione di sinistra (FdS, IdV, SeL e liste civiche) guidata da una figura storica della sinistra locale, Mauro Bertini, sindaco per tredici anni di quel comune. Di questi tempi, con lo smarrimento che attraversa la sinistra e con l’indebolimento del nostro partito, iniziative di questo tipo sono certamente incoraggianti. Non è tuttavia per plaudire all’iniziativa dei nostri compagni che scrivo questo pezzo, benché il lavoro fatto sia stato sicuramente apprezzabile e certamente da valorizzare. Quello che invece mi interessa è riflettere a partire da queste esperienze su due nodi politici che mi paiono decisivi. Il primo riguarda il partito e il suo modo di essere e il secondo, strettamente connesso al primo, il messaggio che il partito vuole trasmettere alla società. Non penso che due esperienze pur positive risolvano nodi così delicati, ma è anche vero che spesso partendo da esperienze concrete si può indagare meglio una realtà complessa. E penso anche che se più spesso il nostro gruppo dirigente avesse un atteggiamento di attenzione verso le tante esperienze locali che si consumano nella disattenzione delle istanze nazionali, probabilmente potrebbe agire con più consapevolezza ed efficacia. Ma vengo ad alcune brevi considerazioni.La prima riguarda il partito, la sua fisionomia e il suo modo di agire. In entrambe le situazioni che ho richiamato sono i giovani che hanno un ruolo da protagonista, costruendo il partito o ricostruendolo, dopo scissioni e sconfitte. E’ una nuova generazione che sostituisce in parte la generazione precedente, quella per intenderci che ha dato vita al PRC. Non credo che sia un caso. Ci dice di due fatti che vanno tenuti in seria considerazione. Il primo è che in questi anni le vicende politiche, spesso complesse e pesanti, hanno contribuito non poco a logorare una generazione di militanti che avevano creduto nel PRC come continuità del PCI, ma che negli anni hanno viste deluse le loro aspettative, a seguito degli errori commessi, di cedimenti anche culturali, di tatticismi esasperati e di scelte poco comprensibili. Il secondo fatto è che, nonostante ciò, una nuova generazione si sta accostando  alla politica e in alcuni casi sceglie, pur in una società così degradata e povera di ideali, l’opzione comunista. Dovremmo indagare su questa ricerca d’identità che attraversa pezzi delle giovani generazioni. E’ certamente il riflesso dell’esigenza di uscire da una condizione giovanile in cui l’incertezza sul proprio futuro regna sovrana, ma anche probabilmente di una crescita culturale di massa che alimenta una domanda politica più ricca. A me pare, ed è questo il primo elemento degno di nota, che senza il ruolo di questa generazione sia difficile se non impossibile un’operazione di attualizzazione del comunismo e di rilancio del nostro partito.La seconda osservazione, sempre relativa al partito, riguarda il suo modo di essere. In queste due brevi esperienze ho riscontrato modalità del far politica, atteggiamenti, che per molti versi segnano una diversità rispetto all’esperienza fin qui fatta. Si tratta ben inteso di semplici segnali che però vanno colti. Quello che mi ha colpito positivamente è la capacità di coniugare l’idea di un partito militante con lo sforzo di essere presenti sulle problematiche sociali e al tempo stesso un atteggiamento fermo sui contenuti, ma anche con una capacità di dialogo. Insomma, una visione della politica matura non angusta, né politicista né moderata, e al tempo stesso né subordinata né settaria. Insomma l’idea di un partito che si colloca sul fronte del cambiamento, è presente nello scontro sociale ma si pensa come soggetto popolare, aperto. In questo senso specifico, se volete, con tratti simili a quello che fu il PCI, seppure nelle differenze evidenti rispetto a quella storia.La terza osservazione mi viene dall’iniziativa di Marano e dalla nostra partecipazione a una coalizione alternativa al PD. In sé la vicenda non è eccezionale, da altre parti parteciperemo a coalizioni alternative al PD. Quello che mi ha colpito in quest’esperienza è stato il suo carattere particolare. Da un lato, perché si assumono contenuti socialmente avanzati che in altri casi sarebbero – anche per coalizioni analoghe – fonte d’imbarazzo. Penso ad esempio, a uno dei primi riferimenti programmatici, e che quindi assume il carattere di indirizzo generale: l’assunzione di un’idea di cittadinanza aperta che rifiuta esplicitamente la discriminazione dei migranti, in nome di un’idea di governo che si fonda sull’inclusività e l’eguaglianza. Elemento veramente distintivo è però l’idea di un modello di autogoverno fortemente partecipato, e la volontà –più volte ribadita – di rompere la barriera fra governanti e governati. Qualcosa di più della “trasparenza” come pratica di governo. Questa idea permea il programma e ne caratterizza la proposta. Un approccio che punta esplicitamente a rompere la separatezza fra politica e società civile e che quindi si propone di far crescere una consapevolezza più ampia, anche oltre l’ambito ristretto dei partiti. Quello che voglio evidenziare è che questi tratti di una proposta politica locale possono essere assunti più in generale e rivestono per noi un particolare interesse  Mi spiego. In una società così atomizzata, in cui imperversa la destra perché la sinistra moderata non svolge un ruolo di opposizione adeguato, ma soprattutto perché manca un’alternativa; in una società caratterizzata da uno scollamento fra cittadini e istituzioni, con una delegittimazione crescente degli stessi partiti, i comunisti hanno poche strade percorribili per ricostruire una loro legittimità e uscire dalla marginalità. Quella fondamentale è esaltare la loro diversità, ma non ripiegando su uno sterile settarismo o un’altrettanto sterile esibizione di un’identità astratta, quanto praticando la costruzione tenace di una proposta alternativa, che deve fondarsi sulla costruzione di un polo autonomo dal PD, ma si noti bene, che non si esaurisce semplicemente nella sommatoria di alcune formazioni politiche. Infatti, se non vi è connessione con i soggetti sociali, l’attivazione della partecipazione, uno sforzo vero di connettere pratiche a contenuti, la semplice proposizione di un’alternativa di schieramento è poco significativa e alla fine non mobilitante. Questo per me significa costruzione dell’alternativa. In consonanza con un approccio gramsciano, si tratta in definitiva di un “processo molecolare”, che  quindi si attua a partire dai territori,  che investe sia il politico che il sociale e che si propone di promuovere una politicizzazione di massa. Dovrebbe essere chiaro che se non viene cancellata l’esigenza della  ricerca della mediazione politica, un approccio di questo tipo è però alternativo alle pratiche politiciste disinvolte con cui anche a sinistra si è risolto il problema della ricerca del consenso. Inoltre, è evidente in questa prospettiva l’esigenza di una ricollocazione coraggiosa dell’iniziativa sul terreno sociale. Lo stesso progetto di costruzione del partito passa, in ultima analisi, dall’assunzione di quest’orizzonte.Gianluigi Pegolo

La Mini-scissione e la premura di fondersi

Sulla mini scissione dell’Ernesto non c’è molto da dire. Dal punto di vista della consistenza basta scorrere l’elenco dei sottoscrittori per coglierne l’effettiva portata, che resta molto modesta. Dal punto di vista delle motivazioni, essa risulta del tutto priva di credibilità. Continua a leggere…

DOVE VOGLIAMO ANDARE?

Dopo il congresso della Federazione della Sinistra….

DOVE VOGLIAMO ANDARE?

Il congresso della Federazione della Sinistra è stato vissuto da alcuni come una speranza. Quella di uscire dal tunnel di questi ultimi due anni, in cui dopo la disfatta dell’Arcobaleno, la scissione di SEL, la sconfitta delle europee e il calo di consensi successivo sono cresciute le incertezze sulle prospettive future.

Per quanto mi riguarda, questo congresso non ha invece dato le risposte che auspicavo e, anzi, mi ha fatto sorgere ulteriori dubbi. Innanzitutto, per le modalità con cui è stato gestito. Che fosse un congresso fatto per necessità ed anche per esigenze propagandistiche era noto. Che quindi le modalità fossero discutibili anche. Ma quello che alla fine è emerso va oltre ogni previsione. Lo si è visto nel caso dello statuto oltre che nel trattamento riservato a chi ha espresso dissensi o differenze. Si può presentare uno statuto tre ore prima che venga discusso in un’assemblea plenaria, e senza che se ne sia discusso nei congressi di base? Si può cambiare un simbolo senza che neppure i membri delle segreterie dei partiti della Federazione ne siano a conoscenza? Purtroppo questo è successo e non credo valgano scusanti. Si è trattato ne più e ne meno della soluzione burocratica adottata per tutelare la mediazione raggiunta in un cenacolo ristrettissimo. E la stessa cosa vale per l’assenza di qualsiasi regola democratica nella formazione della platea, esito di una lottizzazione manipolata fra componenti, o per la nomina dell’organismo dirigente, tesa a ridimenzionare -fra l’altro- le sensibilità che avevano espresso critiche.  Senza contare, infine, il non rispetto delle quote femminili che poco prima erano state approvate nello statuto e che oggettivamente è suonato ai più (e non solo alle compagne) come una beffa.

Non credo che tutto ciò si possa archiviare con leggerezza. Oltre un certo limite – si sa – il metodo è sostanza e quello che è avvenuto dimostra solo a quali torsioni si è dovuto ricorrere per superare problemi che sono politici. E qui veniamo alla seconda questione che riguarda per l’appunto la linea. Esiste una linea chiara della Federazione? Alla luce di quanto ho visto in questo congresso, ma anche di quello che ho letto dopo, non mi pare proprio. Quali sono i nostri riferimenti a sinistra? E’ abbastanza evidente che un pezzo di questa Federazione è all’inseguimento di Vendola. Alcuni addirittura già danno indicazioni a suo favore per le primarie, auspicano la costruzione di liste uniche alle politiche, vorrebbero che SEL entrasse nella Federazione. Peccato che ne’ Vendola né SEL ci pensino minimamente, col risultato un po’ patetico di chi dopo una corte serrata si vede puntualmente respinto dall’oggetto del suo desiderio. E ciò mentre vi è a sinistra una domanda vera di alternativa che non solo si esprime in alcune formazioni politiche, ma soprattutto che attraversa ampie quote di elettorato che vuole qualcosa di più di un appiattimento sul PD o della riproposizione di un nuovo centro sinistra.

Esiste una linea precisa sull’accordo per battere Berlusconi, quell’alleanza democratica che dovrebbe prevedere una intesa elettorale fra chi si colloca all’opposizione? Formalmente la Federazione dovrebbe puntare su un accordo elettorale con le forze collocate all’opposizione, ma senza entrare nel governo in caso di vittoria – questo è stato ribadito più volte –  ma fino a che punto questa scelta è effettivamente condivisa, dopo che nel corso del congresso della stessa Federazione c’è chi ha parlato di “patto di legislatura”? E che dire, poi, della coerenza di chi vorrebbe che partecipassimo a delle primarie per decidere il premier di una coalizione di governo di cui non si intende far parte?

Infine, quale compattezza può avere una federazione in cui già qualcuno pensa di unificare i due partiti che insieme ne rappresentano più del 90%? Ma c’è di più. Dato che in più occasioni il segretario del PRC ha ribadito che non è in discussione il mantenimento del Partito come forza politica autonoma, come interpretare il pronunciamento di dirigenti del PRC che si muovono nella direzione del superamento di tale autonomia e che avanzano proposte di fusione tra PRC e PDCI? A me pare che questi aneliti alla fusione abbiano in realtà l’obbiettivo della costruzione di un soggetto moderato, di ispirazione governista, che fa dell’identità una bandiera essenzialmente propagandistica. Cosa ben diversa dalla costruzione di una forza comunista interprete di un progetto di cambiamento, radicata e profondamente rinnovata nella cultura politica e nelle pratiche sociali.

In un quadro simile non c’è da essere tranquilli. Dietro l’apparente unanimità della FdS, emerge una spinta moderata che –in ultima analisi – fa dell’omologazione al centro sinistra e della ripresa “dell’Arcobalenismo” i suoi veri obiettivi. Questa linea è oggettivamente alternativa ad ogni proposta di rafforzamento/rilancio del progetto “rifondazione comunista”. Non solo, a me pare che oggettivamente ci condurrebbe ad un ruolo politicamente marginale, oltre che a erodere (anziché ampliare) gli stessi consensi elettorali. Quello che è certo è che di fronte a tali insidie il tempo dei tatticismi, delle mediazioni equivoche e della gestione spartitoria e pattizia è finito. Un chiarimento sulla linea, è quindi, d’obbligo a partire dallo stesso PRC. Ed è necessario che avvenga il prima possibile, perché da fuori molti ci guardano e ci chiedono dove vogliamo andare.

Gianluigi Pegolo

Il mio intervento al congresso della FDS

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