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		<title>Il nodo del soggetto politico</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 13:50:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluigipegolo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Fra pochi giorni si avvierà il percorso congressuale del PRC che si concluderà alla fine dell’anno. Sarà un appuntamento decisivo e non solo perché sarà l’occasione per una verifica del nostro progetto politico, ma anche per l’eccezionalità della fase in cui questo viene a cadere. Nell’arco di pochi mesi, dalle elezioni amministrative al referendum, è [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gianluigipegolo.wordpress.com&amp;blog=12242818&amp;post=103&amp;subd=gianluigipegolo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/06/nodo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-104" title="nodo" src="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/06/nodo.jpg?w=460" alt=""   /></a> Fra pochi giorni si avvierà il percorso congressuale del PRC che si concluderà alla fine dell’anno. Sarà un appuntamento decisivo e non solo perché sarà l’occasione per una verifica del nostro progetto politico, ma anche per l’eccezionalità della fase in cui questo viene a cadere.<span id="more-103"></span> Nell’arco di pochi mesi, dalle elezioni amministrative al referendum, è mutato il clima nel paese. Il governo di centro destra attraversa una fase di crisi acuta, la sua credibilità è ai minimi termini, la sua coesione interna è messa a dura prova; le forze di centro sinistra e di sinistra hanno ottenuto risultati elettorali importanti; con i referendum si è affermata una critica di massa non solo alla politica del governo, ma anche all’ideologia liberista: un vento nuovo spira, quello di una domanda di rinnovamento delle pratiche politiche e di partecipazione. Siamo dunque in una fase di “sommovimento” che, peraltro, tocca anche altri paesi del sud Europa. Non credo sia una coincidenza. E’ la fascia più debole dell’Europa che comincia a scricchiolare sotto l’urto di una crisi che si fa sempre più acuta, che subisce un’accentuazione delle disuguaglianze sociali, che vede il crescere della precarietà e dell’incertezza, che viene scossa da una protesta che tocca in modo particolare le giovani generazioni e che si ribalta sul sistema politico, anche sottoforma di richiesta di maggiore democrazia. La novità di questa fase deve essere colta nel nostro congresso, a partire dalla questione decisiva del soggetto politico in grado di dare risposta alla nuova domanda sociale. Vi è, infatti, un paradosso nella nuova situazione: l’offerta politica a sinistra è inadeguata rispetto a una domanda che si fa più radicale e ricca. Nel caso della sinistra moderata il punto debole è rappresentato da una proposta politica che è interna alla logica liberista. Nel caso di quella radicale, esiste un’eterogeneità di posizioni che o approdano al settarismo o rischiano di confluire nell’opzione moderata per calcolo tattico. La proposta di unità a sinistra che avanza la FdS sconta questa situazione: i soggetti evocati non sono nei fatti disponibili, perseguendo gli stessi finalità politiche diverse. In questo modo una sinistra all’altezza della domanda sociale non emerge e ciò comporta il rischio di delusione e di passivizzazione nel corpo sociale. Né mi pare sia credibile teorizzare la supplenza dei movimenti e delle organizzazioni sociali, dato che anche in questo caso vi è eterogeneità di posizioni. Come risolvere allora il problema? Come costruire un soggetto in grado di condizionare lo sbocco politico, mettendo a valore la nuova domanda sociale? Ma, soprattutto, esistono le minime condizioni per costruire tale soggetto? La ripresa nei consensi della FdS, una domanda di partecipazione vera, l’agglutinarsi d’istanze radicali, delineano un campo di possibilità, non indicano una prospettiva certa. Per questo penso che senza una forte determinazione politica ben difficilmente una tale soggettività potrà emergere e questo è il compito esplicito che il PRC deve assumersi. Occorre però una premessa. Mi pare evidente che una sinistra alternativa non possa essere concepita come semplice dilatazione dell’attuale Federazione, secondo una logica di cooptazione. Le diverse soggettività rivendicano la loro autonomia e parità. Per questo abbiamo bisogno di una proposta nuova che punti alla costruzione di un più ampio aggregato plurale. Né mi pare sia pensabile che quest’aggregato sia composto solo da soggetti politici, ma deve comprendere anche soggetti sociali. Né, infine, mi pare sia pensabile che allo stato dei fatti esso possa scaturire da un’intesa di vertice con SEL, IdV e altre forze, date le evidenti resistenze che le stesse oppongono. Occorre quindi attivare un “processo”, dall’alto e dal basso, che può implicare anche la disarticolazione e la riaggregazione di forze. Per tutte queste ragioni la costruzione di una soggettività alternativa muove, in primo luogo, dalla convergenza sui contenuti e da una concreta pratica sociale. Per queste ragioni il processo non è necessariamente lineare. I contenuti, inoltre, per avere un effetto di trascinamento devono intercettare la domanda sociale e coglierne la nuova qualità. L’orizzonte è quello della critica antiliberista ed anticapitalista. I temi ci sono squadernati di fronte: sono quelli della scelta pacifista, della difesa ed estensione dei beni comuni, della salvaguardia del lavoro e contro la precarietà, della democrazia e della difesa della Costituzione. La proposta di una “costituente dei beni comuni” va in questa direzione, anche se a me pare che il processo da attivare non può risolversi solo nell’assunzione di questo terreno d’iniziativa, per quanto importante esso sia. Occorre, infatti, che anche sugli altri terreni si realizzino convergenze strutturate e che vi sia un collegamento orizzontale fra queste tematiche. Non voglio qui soffermarmi sulle numerose connessioni che legano le varie tematiche. A me pare, ad esempio, che centrale resti la questione lavoro, senza per questo togliere valore alle altre questioni. Quello che invece voglio sottolineare è che si deve puntare non semplicemente sulla somma di terreni diversi d’iniziativa, ma sulla definizione di un profilo politico generale. Per esemplificare, occorrerebbe oggi una “costituente dell’alternativa”, come processo di rifondazione della stessa sinistra radicale. Non sto proponendo il lancio dell’ennesimo slogan, ma l’individuazione di una prospettiva di lavoro, che si può saldare da subito con la gestione della battaglia per la ripubblicizzazione dei servizi pubblici, con la lotta contro la precarietà del lavoro, con l’impegno per la pace in Libia e con il sostegno a una riforma in senso proporzionale della legge elettorale, per citare solo alcune delle battaglie in campo. Ma che può trovare forse un terreno ancora più fertile a livello locale, laddove anche a seguito delle elezioni amministrative prime aggregazioni di sinistra si sono prodotte e su contenuti avanzati. Qui la costruzione di coordinamenti delle forze in campo, la costituzione di gruppi consiliari unitari, la formazione di gruppi di lavoro per l’attuazione di un programma sociale, la pratica diffusa della partecipazione sono obiettivi concreti che si possono perseguire da subito. Gianluigi Pegolo</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/gianluigipegolo.wordpress.com/103/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/gianluigipegolo.wordpress.com/103/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/gianluigipegolo.wordpress.com/103/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/gianluigipegolo.wordpress.com/103/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/gianluigipegolo.wordpress.com/103/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/gianluigipegolo.wordpress.com/103/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/gianluigipegolo.wordpress.com/103/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/gianluigipegolo.wordpress.com/103/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/gianluigipegolo.wordpress.com/103/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/gianluigipegolo.wordpress.com/103/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/gianluigipegolo.wordpress.com/103/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/gianluigipegolo.wordpress.com/103/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/gianluigipegolo.wordpress.com/103/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/gianluigipegolo.wordpress.com/103/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gianluigipegolo.wordpress.com&amp;blog=12242818&amp;post=103&amp;subd=gianluigipegolo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Una nuova stagione politica</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jun 2011 18:31:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluigipegolo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il risultato dei referendum non si presta ad interpretazioni di comodo. Il fatto che, in assenza di un’informazione adeguata e alla presenza di manovre truffaldine del governo per depistare l’attenzione dei cittadini, si rechi a votare il 57% dei votanti e di questi ben il 95% voti “si”, dimostra quanto sia stato reale il consenso [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gianluigipegolo.wordpress.com&amp;blog=12242818&amp;post=100&amp;subd=gianluigipegolo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;" align="center"><a href="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/06/megafonodonna.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-101" title="megafonodonna" src="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/06/megafonodonna.jpg?w=460" alt=""   /></a>Il risultato dei referendum non si presta ad interpretazioni di comodo. Il fatto che, in assenza di un’informazione adeguata e alla presenza di manovre truffaldine del governo per depistare l’attenzione dei cittadini, si rechi a votare il 57% dei votanti e di questi ben il 95% voti “si”, dimostra quanto sia stato reale il consenso dato ai quattro quesiti. Peraltro, già il referendum consultivo sul nucleare di qualche settimana fa tenutosi in Sardegna aveva dato risultati simili.<span id="more-100"></span></p>
<p style="text-align:left;">Che il risultato segni un’altra pesante sconfitta del governo è evidente. In primo luogo, perché lo stesso governo aveva puntato esplicitamente sul non raggiungimento del quorum e, in secondo luogo, per il merito dei quesiti. Non solo il “legittimo impedimento” costituiva l’ennesimo provvedimento pro Berlusconi che ora viene spazzato via, ma anche il pronunciamento contro il nucleare costituisce una risposta chiarissima al governo che aveva deciso, facendo strame della precedente consultazione referendaria, di reintrodurlo nel paese.</p>
<p style="text-align:left;">Sulla questione dell’acqua a essere sconfitta non è solo la politica del governo Berlusconi, ma tutta la politica degli ultimi anni in tema di servizi pubblici. Il governo Berlusconi con il decreto Ronchi ha peggiorato una normativa già pessima, le cui responsabilità si allargano al centro sinistra e segnatamente al PD. Il gruppo dirigente del PD ha avuto l’intelligenza di non contrastare esplicitamente il referendum quando sono state raccolte le firme e di appoggiarlo poi, ma non vi è dubbio che quel partito è stato antesignano della politica delle privatizzazioni e ancora oggi i suoi amministrazioni la praticano.</p>
<p style="text-align:left;">Per questo, occorre trarre un’indicazione precisa da questo risultato. Vi è stata certamente una delegittimazione ulteriore del governo Berlusconi, ma vi è stata anche una delegittimazione del liberismo, e cioè di un approccio alla gestione dei beni pubblici e più in generale alla gestione della politica economica che ha sposato i dogmi del pensiero unico: dal ruolo salvifico del mercato, alla supremazia del privato, al contenimento della spesa pubblica.</p>
<p style="text-align:left;">In particolare, sul tema dell’acqua bene comune si è mobilitata una rete di comitati, associazioni, partiti che hanno raccolto un’istanza etica fortemente segnata anche da una cultura della solidarietà (di qui  il grande appoggio dato dal mondo cattolico), ma anche il bisogno di riappropriarsi di diritti negati da un processo di mercificazione, che nella crisi ha dimostrato, come non mai,  il suo fallimento.</p>
<p style="text-align:left;">Lo straordinario risultato consegna in primis alle forze della sinistra un compito, quello di non vanificare il pronunciamento popolare e, soprattutto, di trarne le debite conseguenze. Su nucleare e legittimo impedimento le scelte sono ovvie. Meno ovvie quelle sui beni comuni.  I due quesiti intervengono, peraltro, sul tema dei servizi a rilevanza economica e cioè di servizi a rete che comprendono non solo l’acqua, ma anche i rifiuti e i trasporti. Dal referendum viene l’indicazione, quindi, non solo di eliminare alcune norme del decreto Ronchi, ma anche di avviare un percorso di ripubblicizzazione dell’acqua, e anche degli altri servizi.</p>
<p style="text-align:left;">Non si tratta di una battaglia facile. Non lo è per la profonda deriva politica e culturale che ha subito la stessa sinistra moderata che si è tradotta in una accettazione acritica del privato e per i vincoli finanziari sempre più stretti che gravano sulle amministrazioni locali e che le spingono alle privatizzazioni. Il referendum con il suo esito apre una nuova stagione, ma sta alla sinistra saperla cogliere, specie a livello locale.</p>
<p style="text-align:left;">Vi è, tuttavia, un’esigenza più ampia che emerge dal voto ed è quella che, a partire dal tema dei beni comuni e dal rifiuto del neo liberismo, sollecita un percorso di uscita dalla crisi fondato sul ribaltamento del paradigma oggi dominante attraverso: la salvaguardia reale dei diritti, la redistribuzione del reddito, il sostegno della spesa pubblica , la riconversione ecologica dell’economia.</p>
<p style="text-align:left;">Il referendum ora e le elezioni amministrative prima hanno riproposto il tema dell’”alternativa”, ma non semplicemente in termini di schieramento necessario per battere Berlusconi, l’alternativa che viene evocata è, in primo luogo, un’alternativa di contenuti. Quanti hanno votato prima, nelle amministrative,  a sinistra e oggi hanno votato sì ai referendum, non necessariamente identificano il centro sinistra e la sinistra con l’alternativa che vorrebbero. Certo sono disgustati da Berlusconi, ma non amano neppure la deriva dei governi locali di centro sinistra quando hanno dato vita a sistemi di potere e si sono allontanati dalle aspirazioni dei cittadini; votano contro Berlusconi nei referendum, ma non amano chi vorrebbe convincerli (dopo l’esito del referendum) che esistono privatizzazioni più accettabili dei servizi pubblici locali.</p>
<p style="text-align:left;">Queste masse scontente dal neo liberismo portano in campo anche un’altra istanza: una domanda di partecipazione. Non è una domanda ancora matura, tanto è vero che nel voto amministrativo questa si traduce in delega, seppure a sindaci “innovatori”, ma il voto referendario ci dice di una disponibilità a farsi sentire, a uscire dalla passività. Una sinistra di alternativa deve dare risposta a queste istanze e deve farlo a partire dal basso mettendo in primo piano i contenuti, con quella nettezza e irriducibilità che, sole, possono risultare convincenti. “Beni comuni” e “partecipazione” sono le parole d’ordine di una nuova stagione politica. Per costruire l’alternativa, per dare un ruolo da protagonista alla sinistra.</p>
<p style="text-align:left;">
<p style="text-align:left;">Gianluigi Pegolo</p>
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		<title>La parabola di SEL</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 17:53:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluigipegolo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Gianluigi Pegolo L’intervista rilasciata alcuni giorni fa da Vendola al Corriere della Sera non costituisce l’ennesimo ballon d’essai, ma il punto di arrivo di un percorso politico che va considerato per quello che effettivamente è e cioè una proposta “organicamente moderata” che, peraltro, rimette in discussione la stessa collocazione politica di SEL. Vendola, infatti, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gianluigipegolo.wordpress.com&amp;blog=12242818&amp;post=96&amp;subd=gianluigipegolo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/06/vendolaberty.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-97" title="241824 Congresso del partito della Rifondazione Comunista" src="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/06/vendolaberty.jpg?w=300&#038;h=199" alt="" width="300" height="199" /></a>di Gianluigi Pegolo</p>
<p>L’intervista rilasciata alcuni giorni fa da Vendola al Corriere della Sera non costituisce l’ennesimo ballon d’essai, ma il punto di arrivo di un percorso politico che va considerato per quello che effettivamente è e cioè una proposta “organicamente moderata” che, peraltro, rimette in discussione la stessa collocazione politica di SEL.<span id="more-96"></span> Vendola, infatti, indica una prospettiva che si incardina su tre obiettivi: la costruzione di una nuova forza politica con il PD, l’apertura alle forze di centro (segnatamente l’UDC) e infine, la vera novità, una revisione programmatica, all’insegna del superamento della concezione tradizionale del welfare, dietro la quale non è difficile scorgere l’idea della estesa commistione fra pubblico e privato. Che si sia fatta finalmente un po’ di chiarezza è positivo e non solo per quanti nel paese hanno guardato al fenomeno Vendola con grande simpatia, ma anche per quanti, nella stessa SEL, avevano manifestato più di una perplessità sulle posizioni del governatore pugliese, ma ritenevano che si trattasse di pure astuzie tattiche, scelte contingenti e quindi modificabili. Come interpretare queste posizioni? In primo luogo è evidente che il progetto politico di Vendola e quindi di SEL (perché è difficile pensare che SEL possa esistere senza Vendola) presuppone l’impossibilità della costruzione di una sinistra autonoma e, a maggior ragione, di una sinistra dal profilo radicale. Quello a cui si punta è l’assemblaggio di un’opinione pubblica democratica in cui coesistano orientamenti diversi. In ciò l’analogia con il pensiero veltroniano è del tutto evidente. L’unificazione con il PD è da questo punto di vista lo sbocco naturale. In questo disegno le primarie hanno un senso perché diventano lo strumento di selezione della leadership di un soggetto politico o di un soggetto politico in formazione. Non credo, però, che tutto si spieghi con l’esigenza di rimuovere le resistenze del Pd alla partecipazione di Vendola alle primarie, In realtà vale l’opposto: le primarie sono sempre state concepite in funzione di un aggregato politico ampio che oltrepassasse i confini della sinistra e che rispondesse ad una logica bipolare L’apertura esplicita all’UDC, ma ancora di più le dichiarazioni sul welfare, indicano con chiarezza che la costruzione di questo aggregato democratico, molto americano nella sua configurazione, richiede una notevole flessibilità e disinvoltura. Gli stessi contenuti possono essere plasmati con molta spregiudicatezza, per accaparrarsi il sostegno del moderatismo cattolico o per intercettare il consenso di settori compiacenti dei poteri forti. In questo contesto, le incursioni sui beni comuni o contro il politicismo del PD (molto più contenute quelle contro la guerra e non a caso) non fanno venir meno la sostanza di una linea che più ci si avvicinerà alle elezioni politiche, e a maggior ragione nel caso in cui si creassero le condizioni per un nuovo governo, evidenzierà la sua reale natura. Mi pare altresì evidente che questa impostazione rompe a sinistra. Ne abbiamo già avuto alcuni esempi nelle elezioni amministrative, ma mi pare che ora la tendenza sia sempre più chiara. Non si tratta solo del tentativo di eliminare concorrenti politici, ma anche della necessità, ai fini della costruzione di un progetto moderato, di liberarsi degli impacci che possono derivare da un rapporto a sinistra. Non credo, tuttavia, che questa linea premierà Vendola e tantomeno SEL. Vedo in SEL molto disagio. Fino a prova contraria chi abbandonò i DS perché insoddisfatto del loro moderatismo e in polemica diretta con la costruzione del PD ha più di un problema nel tornare in un PD un po’ più grande. Né credo che, anche alla luce dei risultati elettorali delle amministrative, vi sia un grande consenso per una sinistra che si fa centro, seppure cavalcando le spinte al plebiscitarismo. Benché credo che anche con chi sceglie percorsi diversi dai nostri sia giusto mantenere un dialogo e riproporre, anche ostinatamente, le ragioni che giustificano l’unità a sinistra, non mi illudo però che Vendola cambi facilmente strada. Ciò può avvenire solo se il percorso che ha scelto incontrerà seri ostacoli, tali da determinare una sconfitta di quell’ ipotesi politica. Questa previsione nasce da una considerazione. Nella parabola del vendolismo vedo molte analogie con quanto avvenne con la fine del PCI. Gli stessi argomenti: il nuovismo e la retorica dell’innovazione, l’enfasi sulla “sinistra di governo”. Le stesse pratiche: le inclinazioni plebiscitarie e maggioritarie, la spregiudicatezza della manovra politica. In entrambi i casi all’origine vi è una rottura con la propria storia che alla fine si traduce in una chiara propensione all’omologazione. Per questo la dinamica di tali processi tende ad assumere caratteri di “irreversibilità”. Una riflessione al margine su di noi: il PRC e la FdS. Di fronte all’evoluzione delle posizioni di SEL il miglior modo per rispondere è quello di affrontare di petto la questione, sempre più strategica, della costruzione di una sinistra di alternativa. In fin dei conti Vendola afferma che una sinistra con una sua visione della società e con una sua alterità non ha senso. La risposta che gli va data non può essere né ideologica né di principio, ma partendo dalla concretezza dei bisogni, dalla natura della domanda sociale e dalle forme di rappresentanza della stessa. Ciò che si è verificato nel paese in questi mesi, e penso alle importanti mobilitazioni sociali, ai risultati delle recenti elezioni amministrative, a quello che si produrrà in occasione dei referendum, insieme con le aggregazioni di forze che nei territori si sono formate, costituisce la premessa per la costruzione di una sinistra di alternativa dal basso, fortemente collegata ad una pratica sociale, portatrice di una proposta alternativa di uscita dalla crisi. Questa deve essere la nostra scommessa.</p>
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		<title>RELAZIONE AL COMITATO POLITICO NAZIONALE DEL 21 e 22 MAGGIO 2011</title>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2011 19:12:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluigipegolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[RELAZIONE AL COMITATO POLITICO NAZIONALE DEL 21 e 22 MAGGIO 2011 Per supportare l’analisi, che vi proporrò, mi sono avvalso delle seguenti fonti: dati su comuni e province elaborati dalla compagna Tisba per conto del nostro ufficio elettorale, elaborazioni dell’Istituto Cattaneo, altre informazioni desumibili da ciò che stato pubblicato in questi giorni. Cercherò di essere [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gianluigipegolo.wordpress.com&amp;blog=12242818&amp;post=91&amp;subd=gianluigipegolo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p>RELAZIONE AL COMITATO POLITICO NAZIONALE DEL 21 e 22 MAGGIO 2011</p>
<p>Per supportare l’analisi, che vi proporrò, mi sono avvalso delle seguenti fonti: dati su comuni e province elaborati dalla compagna Tisba per conto del nostro ufficio elettorale, elaborazioni dell’Istituto Cattaneo, altre informazioni desumibili da ciò che stato pubblicato in questi giorni. Cercherò di essere il più sintetico possibile e per non appesantire l’esposizione eviterò di riportare dati numerici.<span id="more-91"></span></p>
<p>Lo scenario generale emergente dai risultati può essere così descritto: crescita dell’insieme delle forze del centro-sinistra, calo di quelle del centro-destra e infine stazionarietà del terzo polo. Entriamo nel dettaglio.</p>
<ol>
<li>Il calo del centro destra è molto significativo. Esso riguarda in primis Milano, dove la sconfitta è cocente e il successo di Pisapia, rispetto alla Moratti, assume proporzioni impreviste sfiorando la vittoria al primo turno. La cosa è ancora più ragguardevole se si considera che Milano era stata assunta da Berlusconi come un test nazionale e in ragione di ciò il premier aveva deciso di capeggiare la lista del PdL. Il risultato è pesante e lo stesso Berlusconi ne paga il prezzo con il dimezzamento delle preferenze personali. Fino a che punto il risultato milanese può essere legato all’acutizzazione dello scontro in campagna elettorale? Osservando i dati, in realtà si coglie che il calo di Milano s’inserisce in una dinamica negativa più generale. Il PdL nei comuni capoluoghi, facendo il confronto con le regionali, cala ovunque con l’unica eccezione di Novara. Nelle elezioni provinciali, assumendo come termine di paragone le europee, il calo è altrettanto generale. Una maggior tenuta il PdL la dimostra nel sud.</li>
<li>La stessa cosa vale per la Lega Nord. Non si tratta del solo risultato milanese che è negativo. La lega perde quasi dappertutto nei comuni capoluoghi. Su 11 casi perde in 9. Nelle elezioni europee il recupero sul voto delle provinciali falsa in parte l’interpretazione in quanto la Lega aveva conosciuto un aumento straordinario fra le europee e le regionali dello scorso anno. Ora perde in larga misura quella crescita, mantenendosi un po’ sopra il dato delle regionali. Questi dati ci dicono di una crisi profonda del centro destra. Una crisi che tocca sostanzialmente tutti i territori ed entrambe le formazioni maggiori. Non solo, essi mettono in evidenza l’errore di previsione compiuto dalla  stessa Lega che contava, sbagliando, di giovarsi della flessione del PDl. Invece, ciò non si è realizzato. Le motivazioni di questa crisi dovranno essere indagate. E’ probabile, comunque, che accanto al malessere prodotto dall’abnorme accentuazione dei toni, vi siano ragioni più strutturali che hanno agito, legate all’insoddisfazione per le politiche attivate dal governo.</li>
<li>Il successo dell’insieme del centro-sinistra riflette dinamiche diverse al suo interno. Dal punto di vista territoriale il successo si concentra soprattutto nel nord. Fra le forze politiche il PD presenta un saldo globale positivo nelle elezioni nei comuni capoluoghi in virtù soprattutto dell’ottima performance di Torino e di quella buona di Milano, mentre vi è un’evidente difficoltà al sud e in particolare a Napoli. Per il resto il PD presenta risultati non particolarmente positivi. Migliore è il risultato nelle provinciali, cioè nella competizione più politica, pur presentando una certa articolazione territoriale del voto.  Complessivamente il PD, anche in ragione del suo ruolo di forza maggiore dell’opposizione, può vantare un risultato soddisfacente, e non  a caso su tale risultato si ricompone il gruppo dirigente, anche se permangono problemi che lo stesso risultato in qualche modo mette in luce.</li>
<li>Se il risultato del PD è buono, tuttavia, mi pare si possa sostenere con una certa ragionevolezza che in queste elezioni amministrative l’elemento che spicca di più è il successo delle forze alla sua sinistra. Due fatti comprovano questo giudizio: il primo è il successo a Milano e Napoli di candidati di sinistra non graditi al PD. Si tratta di un fatto che ha del clamoroso. Si è già detto del successo di Pisapia. Si consideri ora il risultato straordinario di De Magistris che batte il candidato voluto dal PD, ottenendo un successo personale di proporzioni rilevanti (si pensi al grande divario fra i voti ottenuti dal candidato e quelli ottenuti dalle liste che lo appoggiavano). Il secondo fatto è che in termini quantitativi SEL e FdS superano in voti assoluti l’incremento ottenuto dal PD. Della FdS dirò successivamente. Per quanto riguarda SEL la crescita rispetto alle regionali è diffusa nei comuni capoluoghi a parte alcune eccezioni al sud, che meriterebbero un approfondimento. Analoga crescita si ha nelle provinciali rispetto alle europee.</li>
<li>L’IdV invece ottiene un risultato negativo, sia nel voto nei comuni capoluoghi che in quello delle provinciali. Unico elemento positivo  di rilievo il risultato di Napoli, derivante dal trascinamento della candidatura di De Magistris, ma si tratta di un’eccezione. La perdita è consistente. Per i comuni capoluoghi circa il 40% dell’elettorato delle precedenti regionali. Nel complesso mi pare si possa sostenere che il risultato elettorale mette in evidenza l’esistenza di una spinta a sinistra che travalica lo stesso PD.</li>
<li>In questo contesto degni di nota sono ancora i risultati delle liste &#8220;cinque stelle&#8221; e del terzo polo. Nel primo caso ci troviamo di fronte a manifestazioni esplicite di antipolitica. I risultati sono molto lusinghieri per il movimento di Grillo che in alcune città, come Bologna, ottiene risultati molto significativi. La tendenza a una forte crescita è comunque evidente anche nelle altre realtà dove queste liste si sono presentate. Si noti che il successo è maggiore nelle regioni rosse, il che la dice lunga su come vengono percepiti i governi di queste realtà da fasce non irrilevanti di elettorato. Si noti, inoltre, che laddove scende in campo una sinistra credibile – vale per Milano come per Napoli – la crescita è più contenuta. Questo elemento, oltre che i contenuti esibiti durante la campagna elettorale, fanno pensare che queste liste intercettino una parte significativa del voto di sinistra.</li>
<li>Infine, va tenuto conto del risultato del terzo polo. I dati sono indicativi. La forza maggiore – l’UDC – è totalmente stazionaria nei comuni capoluoghi rispetto al voto delle regionali. Nel contempo, l’apporto di FLI e delle altre formazioni è molto modesto. Non è stato possibile analizzare tutte le realtà in cui il PD ha conseguito alleanze con le forze del terzo polo, ma significativamente in diversi casi la presentazione di una coalizione di sinistra alternativa ha conseguito, in quei casi, risultati significativi (si pensi a Macerata o a Grosseto). Nel complesso quindi il terzo polo, in queste elezioni, non decolla. L’ipotesi dell’alleanza fra PD e terzo polo in vista delle prossime elezioni politiche s’indebolisce, ma non viene meno, come dimostrano qui e là le sperimentazioni avviate, senza considerare ciò che potrebbe prodursi nei ballottaggi.</li>
</ol>
<p>Per comprendere meglio le dinamiche del voto, in attesa che vengano pubblicati studi sull’analisi dei flussi che aiuterebbe moltissimo a capire ciò che effettivamente è accaduto, vorrei richiamare alcune tendenze che si sono evidenziate:</p>
<ul>
<li>In queste elezioni, come ho già richiamato,  la maggiore perdita da parte del centro destra e la maggior crescita da parte del centro sinistra si verificano al nord. Questo fatto dovrebbe accuratamente essere indagato, per capire cosa si agita nella società settentrionale;</li>
<li>in generale il successo o l’insuccesso dei due principali raggruppamenti (centro destra e centro sinistra)  non dipende tanto dal trasferimento di una quota di elettori da un campo all’altro, quanto dalla capacità di ciascuno di conservare il proprio elettorato impedendo che confluisca nell’astensionismo o che si disperda in altre direzioni;</li>
<li>il ruolo dei candidati sindaci è rilevante nello spiegare i risultati. Ciò dipende dal fatto che circa 9 elettori su 100 danno il voto solo al candidato sindaco. La tendenza alla personalizzazione è particolarmente pronunciata nel caso dei candidati sindaci del centro sinistra.</li>
</ul>
<p>Veniamo al risultato della Federazione della Sinistra. Nelle elezioni comunali per i comuni capoluoghi ci si allinea sostanzialmente al dato delle regionali di un anno fa. Questo risultato riflette  comportamenti diversi nei vari comuni. Tuttavia, in ragione del peso delle grandi città sul totale dei voti, esso è spiegabile in larga misura  con il successo ottenuto a Napoli e a Milano e con il calo di Torino. Il caso di Bologna, dove si registra una flessione, è meno significativo dal punto di vista quantitativo e quindi non influenza più di tanto il risultato complessivo. Si consideri che in voti assoluti la perdita a Bologna corrisponde ad un decimo di quella che si registra a Torino.Nelle elezioni provinciali si registra un aumento dello 0.5/0.6% rispetto alle europee che porta a una media introno al 4/4.1%. Infine la distanza con SEL e IDV si riduce. Di fronte a un simile risultato mi pare si possa essere soddisfatti, anche se il trionfalismo sarebbe fuori luogo. Faccio notare che la FdS dopo le europee, in cui ottenne il 3.4%, subì un’ulteriore flessione alle regionali giungendo al 2.7% e benché non vi siano state prove dirette, i numerosi sondaggi dimostrano che nel periodo successivo ha perso ulteriormente consensi. Ne deriva che sul voto più amministrativo (comuni) si può credibilmente pensare che vi sia stata una ripresa che, tuttavia, non ha consentito di oltrepassare il risultato delle scorse regionali, nel voto più politico (provinciali) la tendenza alla crescita si è accentuata e il risultato è stato decisamente incoraggiante.</p>
<p>Se vogliamo, però, accostarci a un’analisi qualitativa del voto, è necessario fare innanzitutto una premessa, relativa alle scelte di linea con le quali ci siamo presentati a queste elezioni. Tre indirizzi hanno caratterizzato la nostra impostazione:</p>
<p>1)    Sulle alleanze si è scelta una linea che rifiutava sia l’omologazione al centro sinistra che l’appiattimento su posizioni marginali o settarie. Per questo si è puntato sui contenuti come baricentro delle scelte e su alleanze sufficientemente ampie e qualificate, evitando in tutti i modi le presentazioni in solitaria o coalizioni troppo ristrette;</p>
<p>2)    è stata posta una discriminante esplicita sulle forze del terzo polo;</p>
<p>3)    è stata favorita in tutti i modi la convergenza a sinistra, dal confronto programmatico alla costruzione di liste unitarie o di poli.</p>
<p>Nel complesso si può concludere, osservando i dati, che i compagni sui territori si sono attenuti sostanzialmente a queste indicazioni, a parte rare eccezioni. Essi inoltre hanno di mostrato spesso una notevole intelligenza tattica nel sapersi districare nelle situazioni più complesse. Per un bilancio più puntuale consentitemi di approfondire alcuni aspetti.</p>
<ol>
<li>Per quanto riguarda la collocazione è stata ridotta al minimo la presenza da soli e invece, nella maggior parte dei casi, si è dato vita a coalizioni. Quando queste coalizioni hanno assunto una dimensione sufficientemente ampia, presentando candidature credibili e un profilo adeguato, abbiamo ottenuto risultati significativi. Ciò vale sia nel caso di coalizioni di centro sinistra (valga per tutti il caso di Milano), che nel caso di poli alternativi (il riferimento a Napoli è d’obbligo). I risultati critici si hanno nel caso in cui le coalizioni hanno presentato  un carattere molto ristretto o un profilo non convincente e magari con candidature deboli. In generale i micro poli alternativi non hanno dato buona prova.</li>
<li>Sul piano programmatico si può ritenere con una certa sicurezza che in queste elezioni gli assi programmatici indicati nazionalmente siano stati accolti e abbiano costituito la base in molte realtà per il confronto con le altre formazioni politiche. Mi riferisco, in particolare, al tema della democrazia e della partecipazione che ha effettivamente caratterizzato molti quadri programmatici locali; quello dei beni comuni, quello dell’opposizione alle privatizzazioni; quello della salvaguardia del welfare e delle politiche a sostegno dei redditi e per il lavoro, quello della difesa dell’ambiente, oltre che quello della salvaguardia dei diritti civili contro le tendenze alla criminalizzazione.</li>
<li>Per ciò che concerne la chiusura ad alleanze con il terzo polo, questo indirizzo è stato in larga misura rispettato, motivando in alcuni casi la decisione di dar vita a poli alternativi (si pensi fra gli altri ai casi di Grosseto e Macerata).</li>
<li>Infine, per ciò che concerne le aperture a sinistra, queste hanno consentito in alcuni casi la costituzione di poli alternativi o la formazione di liste unitarie. In quest’ultimo caso sono stati interessati una serie di comuni, dove si sono sperimentate alleanza con SEL, con IdV, con i Verdi o con liste civiche locali. E, tuttavia, l’apertura a sinistra ha incontrato non poche resistente, specie da parte di SEL. In questi casi l’offensiva unitaria, laddove non ha raggiunto l’obiettivo, ha comunque permesso in molti casi di aprire contraddizioni e accumulare forze. Il caso di Milano è emblematico, ma non è l’unico.</li>
</ol>
<p>Fra i fattori che sono emersi e che erano all’inizio sottovalutati, vale la pena ricordare: lo stato del partito, il suo radicamento sociale, la qualità dei gruppi dirigenti locali. All’origine della non presentazione delle liste in cinque comuni capoluoghi su 29 vi è questo stato d’indebolimento del partito. Oltre a questo non va dimenticata la concorrenza da parte di altre forze. Se si poteva largamente immaginare che nella competizione SEL avrebbe giocato un ruolo pesante, si è tuttavia sottovalutata la portata del fenomeno Grillo, che certamente ha eroso consensi anche alla FdS.</p>
<p>Infine, non vanno dimenticate in alcuni luoghi le difficoltà interne della FdS. Mi riferisco, in particolare, a 3 delle 11 province chiamate al voto: Treviso, Campobasso, Reggio Calabria. In tutte queste realtà PRC e PDCI hanno scelto collocazioni diverse (a Treviso e a Campobasso) o analoghe ma presentandosi separatamente. E’ evidente che problemi di natura politica hanno impedito la convergenza. Su quanto è avvenuto  è opportuno vi sia un chiarimento nella Federazione</p>
<p>Volendo trarre una sintesi, mi pare si possa dire che in queste elezioni si sia evidenziata una difficoltà vera del centro destra, non puramente contingente. Il centro sinistra ne ha beneficiato non tanto recuperando consensi provenienti dal centro destra, quanto riuscendo a conservare meglio il proprio elettorato, fa probabilmente eccezione Milano dove uno sfondamento nel voto moderato appare plausibile. Il Pd esce vincitore in virtù soprattutto del successo di Fassino a Torino e della crescita a Milano, dove l’errore commesso nelle primarie avrebbe potuto penalizzarlo. Questo successo non nasconde però difficoltà reali soprattutto nel mezzogiorno. Quello che invece appare l’aspetto più significativo di questo voto è la spinta a sinistra che travalica lo stesso PD, come dimostra il successo di alcune candidature osteggiate dal PD e l’incremento di voti di SEL e FDS. Il nostro risultato è positivo perché segna un’inversione di tendenza rispetto al trend negativo degli ultimi due anni, perché si riduce la distanza dalle altre forze della sinistra e perché riusciamo ad assumere una forte caratterizzazione. Ciò vale in particolare a Milano e a Napoli. Il risultato di Napoli in particolare, in virtù della collocazione alternativa al PD, tende oggettivamente a far risaltare ancora di più il risultato globalmente positivo. La scelta di un profilo caratterizzato, il rifiuto di scelte di pura omologazione e la capacità di costruire alleanze credibili costituiscono i fattori più rilevanti del nostro successo. Nel complesso la costruzione di una sinistra autonoma dal Pd &#8211; per quanto ardua &#8211; è ora più facile che prima, com’è più facile (ma non scontato) contrastare le spinte all’alleanza con il terzo polo.</p>
<p>Quali compiti, in conclusione ci consegna questo risultato?</p>
<ul>
<li>Il primo, fondamentale, è quello di dare continuità a quelle aggregazioni di sinistra che si sono formate sui territori. Mi riferisco ai tanti indipendenti che abbiamo raccolto nelle nostre liste, ma anche a quei soggetti individuali e collettivi che ci hanno appoggiato. Mi riferisco anche alle forze con le quali abbiamo dato vita a liste unitarie o a quelle con cui abbiamo condiviso esperienze di poli alternativi. L’operazione che si rende necessaria è quella dell’ allargamento della Federazione e della costruzione sui territori di esperienze di sinistra di alternativa stabili, anche assumendo l’indicazione – dove possibile – della costruzione di gruppi consiliari unitari.</li>
<li>Il secondo compito è quello di intervenire sulle realtà che hanno presentato difficoltà. Mi pare che ciò debba valere per Torino e Bologna, e anche per quelle in cui non si è riusciti a presentare le liste. Un piano di aiuto e di rilancio organizzativo e politico si rende particolarmente necessario.</li>
<li>E’ anche necessario che il lavoro di analisi prosegua sui territori e nazionalmente. Gli attivi di federazione e regionali che saranno convocati per il bilancio del voto devono costituire un’occasione per andare più in profondità nell’analisi. Nell’illustrazione dei risultati non mi è stato possibile dare conto dei comportamenti dei comuni superiori ai 15000 abitanti non capoluoghi, come non è stato possibile trarre un bilancio per quanto riguarda la miriade di quelli inferiori. E’ questo un compito che deve essere assunto dalle strutture locali.</li>
<li>Mi pare, inoltre, necessario che con l’avvio della nuova consigliatura la base programmatica vada riverificata e tradotta in indicazioni pratiche di lavoro. Quest’aggiornamento e questa concretizzazione sono compiti fondamentali per  il rilancio dell’iniziativa locale.</li>
</ul>
<p>In conclusione, vorrei ringraziare i nostri compagni per lo straordinario lavoro che hanno fatto. Non era scontato che il partito rispondesse così bene. Invece, abbiamo potuto costatare che l’impegno è stato grande e grande è stata la generosità. Questo riscontro ci fa dire che per quanto indeboliti conserviamo un tessuto militante che costituisce la nostra risorsa più importante che dobbiamo in tutti i modi valorizzare.</p>
<p>Gianluigi Pegolo</p>
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		<title>Cosa ci insegna questo voto</title>
		<link>http://gianluigipegolo.wordpress.com/2011/05/18/cosa-ci-insegna-questo-voto/</link>
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		<pubDate>Wed, 18 May 2011 10:51:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluigipegolo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Possiamo, a ragione, esprimere soddisfazione per i risultati di queste elezioni amministrative. Il primo dato, in sé rilevantissimo, è che il centrodestra subisce un duro colpo a Milano. Non si tratta solo della debacle della Moratti, un candidato sindaco sulla cui spendibilità vi erano molti dubbi nello stesso centrodestra, quanto del fatto che quelle elezioni erano state [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gianluigipegolo.wordpress.com&amp;blog=12242818&amp;post=88&amp;subd=gianluigipegolo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span class="Apple-style-span" style="font-size:13px;font-weight:normal;"><a href="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/05/simboloprcmatite2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-89" title="simboloPrcMatite2" src="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/05/simboloprcmatite2.jpg?w=460" alt=""   /></a>Possiamo, a ragione, esprimere soddisfazione per i risultati di queste elezioni amministrative. Il primo dato, in sé rilevantissimo, è che il centrodestra subisce un duro colpo a Milano. Non si tratta solo della <em>debacle</em> della Moratti, un candidato sindaco sulla cui spendibilità vi erano molti dubbi nello stesso centrodestra, quanto del fatto che quelle elezioni erano state rivendicate da Berlusconi come test nazionale, fino a spingerlo a candidarsi come capolista del Pdl. Il risultato suona quindi come un’esplicita delegittimazione dello stesso Berlusconi e della coalizione di governo, resa ancora più significativa dall’arretramento dell’alleato di ferro, la Lega Nord. Inevitabilmente questo risultato accentua le tensioni nel centrodestra e segna un duro colpo per l’operazione di consolidamento del governo, anche se sarebbe azzardato trarre conclusioni automatiche sul destino della legislatura. Molto dipenderà dai risultati dei ballottaggi.</span></h2>
<div>A questo primo elemento di soddisfazione se ne aggiunge un altro, anche questo non scontato. In alcune grandi città il candidato di sinistra ottiene un risultato di grande valore, al punto da far insorgere la destra contro la minaccia dell’estremismo. A Milano Pisapia sbaraglia il centrodestra e pone una seria ipoteca, nel ballottaggio, sulla vittoria della coalizione di centrosinistra. A Napoli il risultato è ancora più clamoroso, perché in questo caso De Magistris, guidando una coalizione alternativa al Pd, supera alla grande il candidato dello stesso Pd e passa al ballottaggio con il candidato della destra Lettieri. Sono due vicende non identiche, ma che ci dicono di uno spostamento a sinistra dell’elettorato, di una domanda di maggiore radicalità.</div>
<div>Questo non significa che assistiamo alla  crisi conclamata del Pd, che anzi ottiene in generale buoni risultati, ma certamente alla non corrispondenza fra la proposta politica di quel partito e la domanda che viene da parti rilevanti dell’elettorato. Non solo, la vicenda mette in luce l’erroneità della tesi secondo cui nei sistemi di tipo maggioritario per vincere occorra collocarsi al centro. La sconfitta di Morcone a Napoli è, da questo punto di vista, molto significativa, perché quella candidatura era finalizzata ad un’operazione di convergenza con il terzo polo nei ballottaggi.</div>
<div>Così come è indicativo che tanto Pisapia quanto, soprattutto, De Magistris, ottengano più voti della coalizione che li sosteneva. Nel contempo il terzo polo, vezzeggiato dal Pd come possibile interlocutore, al punto da sacrificare al rapporto con questo le alleanze con le forze di sinistra, arranca. Fli in primis, ma anche l’Udc, se si esclude il risultato significativo di Napoli. E nelle realtà dove il Pd privilegia il rapporto con il terzo polo, le coalizioni alternative di sinistra ottengono in alcuni casi buoni risultati, come nelle province di  Macerata e di Vercelli e nel comune di Grosseto, diventando determinanti nei successivi ballottaggi. Il dato generale, insomma, mette in luce una oggettiva difficoltà del Pd a procedere sulla strada delle grandi intese con il terzo polo.</div>
<div>Queste elezioni ci dicono, però, anche qualcosa sulla sinistra. In queste amministrative è cresciuta un’unità a sinistra, anche se in maniera ancora insufficiente, per la indisponibilità soprattutto di Sel. In taluni casi questa unità si è tradotta liste unitarie di sinistra; in altri casi ha assunto la forma di coalizioni autonome dal Pd. L’esempio più eclatante è quello di Napoli con l’alleanza fra IdV, FdS, liste civiche. Ma non si tratta del solo esempio. Nelle elezioni provinciali coalizioni alternative al Pd sono sorte a Macerata,  a Vercelli, a Mantova, a Pavia, a Campobasso. Nei comuni capoluoghi, a Torino, a Rovigo, a Grosseto, a Salerno, a Cosenza. I risultati sono stati diversificati, ma seguendo una logica comune. Laddove la sinistra di alternativa non si riduce ad un micro polo, dove assume una dimensione adeguata ed è in grado di proporsi come alternativa credibile, è possibile rompere la morsa del voto utile, che invece scatta laddove questo profilo non si determina. Il caso negativo più eclatante, quello di Torino, riflette certamente questa tendenza generale, che si manifesta anche laddove le ragioni per una presentazione autonoma erano le più forti, dopo le scelte del candidato del Pd a sostegno di Marchionne e le chiusure settarie dello stesso Pd.</div>
<div>In queste elezioni Prc e FdS ottengono un risultato globalmente positivo, che per molti versi inverte il trend negativo che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi. Nei 24 comuni capoluogo in cui la Fds si è presentata il risultato si attesta all’incirca su quello delle precedenti regionali e nelle 11 elezioni provinciali – un test quindi più politico – si migliora il risultato delle europee di circa lo 0,5% attestandosi, come dato globale, intorno al 4%. E, dato ancora più significativo, riducendo la distanza con le altre formazioni della sinistra, Sel in primis. Spiccano in questi risultati, per l’incremento dei consensi, i casi &#8211; fra l’altro &#8211; delle province di Gorizia, Lucca, Macerata, Ravenna e nei comuni capoluoghi, oltre che di Napoli, di Milano, Barletta e Arezzo. Questo risultato globale naturalmente è costellato di successi e anche di insuccessi. Nei casi dove i risultati sono stati migliori ha molto pesato il radicamento delle forze della FdS sui territori, la qualità delle candidature e soprattutto la capacità di polarizzare l’attenzione dell’elettorato, di segnare con i propri contenuti le stesse alleanze. Dove invece vi sono state difficoltà e anche arretramenti si misura la debolezza delle strutture locali, ma anche – in taluni casi- l’inadeguatezza delle scelte e, elemento non meno rilevante, la presenza di una competizione serrata a sinistra. Il caso di Bologna riflette in modo evidente questa condizione di difficoltà. Il formarsi di una lista civica di sinistra guidata dalla stessa candidata a sindaco che la FdS aveva sostenuto e che ha posto un veto sulla inclusione della stessa FdS, ha certamente inciso. Ma non va trascurato in queste elezioni un altro dato rilevante e cioè la presenza di una formazione (Cinque stelle) di stampo populista, ma sicuramente capace di penetrare nell’elettorato di sinistra, che ha penalizzato in alcune realtà le liste della Fds.</div>
<div>In ogni caso, i risultati ci dicono che una fase nuova si sta aprendo, una fase in cui scricchiola la coalizione di governo e nella quale ricomincia a spirare un vento di sinistra, che la FdS &#8211; oggetto di un oscuramento clamoroso da parte dei principali mass media &#8211; riesce almeno in parte ad intercettare. Non si tratta che dell’inizio di un processo che ha interessanti potenzialità, ma che resta denso di incognite, nel quale elemento decisivo è la possibilità che si affermi un polo della sinistra autonomo dal Pd, ma non settario, capace sia di condizionare le alleanze di centrosinistra nei contenuti programmatici, nelle candidature e nel sistema di alleanze che di proporsi, dove necessario, come alternativa. Un’esigenza per dare alle comunità locali governi credibili, ma anche per aprire una prospettiva politica generale. Le alleanze che in queste elezioni la FdS ha costruito in molte realtà con pezzi di sinistra costituiscono una utile base di partenza. Sta a noi saper far vivere queste esperienze e dar loro un raccordo e una base politica comune.</div>
<div><strong>Gianluigi Pegolo</strong></div>
<div><strong><br />
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		<title>Sinistra di alternativa ed elezioni amministrative</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2011 16:01:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluigipegolo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/05/suua.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-84" title="su'ua" src="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/05/suua.gif?w=251&#038;h=300" alt="" width="251" height="300" /></a>E&#8217; del tutto evidente che le imminenti elezioni amministrative assumeranno un rilievo particolare. Non si tratta del solito appuntamento annuale, ma di un vero e proprio test politico generale, in questo senso destinato a influire non poco sulle vicende future. L’interrogativo che comincia a fare capolino è se un eventuale insuccesso in alcune grandi città del centro destra possa determinare la crisi dell’attuale coalizione di governo e le conseguenti dimissioni di Berlusconi. Ho l’impressione che questi interrogativi muovano più da una speranza, che da concrete possibilità. Nondimeno, è certo che un eventuale insuccesso del centro destra ne logorerebbe ulteriormente la tenuta e aprirebbe uno scenario positivo.<span id="more-83"></span></p>
<p align="justify">
<p align="justify">E tuttavia, benché quest’aspetto sia tutt’altro che irrilevante, in queste elezioni si gioca anche una partita a sinistra che non va sottovalutata. In maniera molto sintetica mi pare si possa sostenere che, per come si è configurata questa tornata elettorale, per le alleanze che si sono stabilite, per i contenuti che si stanno esprimendo, vi sia la possibilità che cominci a prendere forma una sinistra di alternativa. Questa possibilità nasce, da un lato, dal fatto che in alcune realtà la stessa coalizione allargata di centro sinistra ha assunto un profilo più marcato a sinistra, anche in virtù dell’affermazione di candidati non omologati al PD e subìti dallo stesso Pd. Il caso di Milano, con la candidatura di Pisapia, è in questo senso significativo. Dall’altro lato, dal fatto che in altre realtà si è prodotta un’aggregazione di sinistra autonoma dal PD, in alcuni casi più limitata (come a Torino), in altri più estesa (come Napoli).</p>
<p align="justify">In tutti questi casi è emersa in modo evidente la crisi del PD e la sua torsione moderata. Si pensi alle rotture interne subìte da questo partito, palesatesi in modo eclatante in alcune realtà (come nel caso della Calabria), ma anche alle sue scelte di collocazione e di orientamento in diversi comuni e province, laddove si è praticata l’apertura alle forze del terzo polo (il caso delle Marche continua a fare scuola, come nel caso della provincia di Macerata), o dove si è assunto un atteggiamento discriminatorio nei confronti della FdS (si pensi alla provincia di Treviso), o ancora dove si è scelto di appoggiare candidature molto discutibili (come in Campania, ma non solo), o infine dove ci si è collocati esplicitamente a fianco dei poteri forti locali (l’esempio più eclatante resta quello di Torino). Naturalmente questi comportamenti non si sono manifestati ovunque, ed è questa la ragione per la quale la situazione delle alleanze si presenta diversificata (come peraltro sempre è avvenuto nelle elezioni locali), ma certamente segnano questa campagna elettorale.</p>
<p align="justify">Nel formarsi sui territori di convergenze ed aggregazioni a sinistra del PD hanno concorso forze diverse. In primis, il PRC e la FDS. Una FdS che si è presentata quasi ovunque con il proprio simbolo, ma che si è resa disponibile a dar vita a liste comuni o ad intese programmatiche con le altre forze della sinistra. E poi, anche se in modo disomogeneo, IdV , SEL, Verdi, forze della sinistra radicale. E infine, ed è un aspetto che non va assolutamente sottovalutato, aggregazioni locali spesso senza referenti nazionali. Laddove vi è stata questa convergenza alcuni temi hanno caratterizzato le intese: dalla scelta della partecipazione come elemento decisivo per la ricostruzione di una democrazia locale, alla salvaguardia dei beni comuni e alla lotta alle privatizzazioni, all’intervento a difesa dei redditi bassi e delle fasce penalizzate dalla crisi attraverso un’azione efficace del welfare locale, a una scelta molto netta di difesa dell’ambiente e di riconversione ecologica delle economie locali. Una piattaforma dal profilo antiliberista ha insomma cominciato ad emergere.</p>
<p align="justify">E tuttavia, benché una sinistra autonoma sia entrata in campo in tutta una serie di realtà, e noi guardiamo con grande interesse a queste esperienze, un problema resta aperto a sinistra. Non vi è dubbio, infatti, che nonostante in alcuni casi SEL abbia partecipato a coalizioni alternative o abbia appoggiato candidati unitari di sinistra, la sua linea prevalente è stata quella di una collocazione interna al centro sinistra, in un’alleanza organica con il Pd. Nascono da qui situazioni paradossali, come quella di Napoli, o di Torino (per parlare solo delle città più grandi) in cui nonostante i candidati del PD avessero dei profili discutibili, o la base politica della coalizione fosse molto spostata in senso moderato, SEL ha deciso di collocarsi comunque in alleanza col PD, pagando anche un prezzo in termini di credibilità. In altri casi, come Bologna, la stessa SEL si è resa corresponsabile dell’esclusione della FdS dalla lista della sinistra.</p>
<p align="justify">Quello che si sta verificando nel corso di queste elezioni amministrative è quindi, più che l’affermarsi di una soggettività di sinistra di alternativa in senso proprio, il suo esprimersi come potenzialità concreta. Questo elemento va valorizzato, ma rimanda alla necessità di un confronto a sinistra che non sarà facile, perché intorno al nodo dell’atteggiamento da tenere nei confronti del Pd e della ricostruzione del centro sinistra si confrontano due ipotesi strategiche diverse. Quello che si può fare è tenere tale confronto sulle questioni di merito. L’ambito locale rappresenta in questo senso un terreno più facile perché non solo la pressione degli indirizzi nazionali è meno cogente, ma anche perché il rapporto ravvicinato con i cittadini costringe a misurarsi concretamente sui contenuti e sulle alleanze. L’altro terreno è quello dei grandi temi del paese. Mi riferisco in particolare alle questioni della pace, della condizione sociale, dei temi posti nei referendum e della difesa della democrazia e dell’impianto costituzionale. Anche questi temi, mi pare ovvio, debbono entrare nella campagna elettorale per le elezioni amministrative.</p>
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		<title>Il partito di cui abbiamo bisogno</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 12:47:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianluigipegolo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><span style="color:#000000;"><a href="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/04/megafonodonna3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-80" title="megafonodonna3" src="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/04/megafonodonna3.jpg?w=460" alt=""   /></a>La scorsa settimana, su richiesta dei compagni del PRC, ho partecipato a due iniziative in provincia di Napoli, la prima nel comune di Visciano e la seconda in quello di Marano. Sono state due iniziative importanti. La prima era l’inaugurazione del nostro circolo. La seconda l’assemblea di presentazione della coalizione di sinistra, di cui il PRC e la FdS fanno parte, che si cimenterà nelle prossime elezioni amministrative. Sono state due iniziative molto riuscite. A Visciano una cinquantina di persone ha partecipato all’inaugurazione del circolo, fra cui il sindaco e il vicesindaco della coalizione di centro sinistra che guida il comune. A Marano in un’assemblea affollata (circa trecento persone) è stata presentata la coalizione di sinistra (FdS, IdV, SeL e liste civiche) guidata da una figura storica della sinistra locale, Mauro Bertini, sindaco per tredici anni di quel comune. Di questi tempi, con lo smarrimento che attraversa la sinistra e con l’indebolimento del nostro partito, iniziative di questo tipo sono certamente incoraggianti. Non è tuttavia per plaudire all’iniziativa dei nostri compagni che scrivo questo pezzo, benché il lavoro fatto sia stato sicuramente apprezzabile e certamente da valorizzare. Quello che invece mi interessa è riflettere a partire da queste esperienze su due nodi politici che mi paiono decisivi. Il primo riguarda il partito e il suo modo di essere e il secondo, strettamente connesso al primo, il messaggio che il partito vuole trasmettere alla società. Non penso che due esperienze pur positive risolvano nodi così delicati, ma è anche vero che spesso partendo da esperienze concrete si può indagare meglio una realtà complessa. E penso anche che se più spesso il nostro gruppo dirigente avesse un atteggiamento di attenzione verso le tante esperienze locali che si consumano nella disattenzione delle istanze nazionali, probabilmente potrebbe agire con più consapevolezza ed efficacia. Ma vengo ad alcune brevi considerazioni.La prima riguarda il partito, la sua fisionomia e il suo modo di agire. In entrambe le situazioni che ho richiamato sono i giovani che hanno un ruolo da protagonista, costruendo il partito o ricostruendolo, dopo scissioni e sconfitte. E’ una nuova generazione che sostituisce in parte la generazione precedente, quella per intenderci che ha dato vita al PRC. Non credo che sia un caso. Ci dice di due fatti che vanno tenuti in seria considerazione. Il primo è che in questi anni le vicende politiche, spesso complesse e pesanti, hanno contribuito non poco a logorare una generazione di militanti che avevano creduto nel PRC come continuità del PCI, ma che negli anni hanno viste deluse le loro aspettative, a seguito degli errori commessi, di cedimenti anche culturali, di tatticismi esasperati e di scelte poco comprensibili. Il secondo fatto è che, nonostante ciò, una nuova generazione si sta accostando  alla politica e in alcuni casi sceglie, pur in una società così degradata e povera di ideali, l’opzione comunista. Dovremmo indagare su questa ricerca d’identità che attraversa pezzi delle giovani generazioni. E’ certamente il riflesso dell’esigenza di uscire da una condizione giovanile in cui l’incertezza sul proprio futuro regna sovrana, ma anche probabilmente di una crescita culturale di massa che alimenta una domanda politica più ricca. A me pare, ed è questo il primo elemento degno di nota, che senza il ruolo di questa generazione sia difficile se non impossibile un’operazione di attualizzazione del comunismo e di rilancio del nostro partito.La seconda osservazione, sempre relativa al partito, riguarda il suo modo di essere. In queste due brevi esperienze ho riscontrato modalità del far politica, atteggiamenti, che per molti versi segnano una diversità rispetto all’esperienza fin qui fatta. Si tratta ben inteso di semplici segnali che però vanno colti. Quello che mi ha colpito positivamente è la capacità di coniugare l’idea di un partito militante con lo sforzo di essere presenti sulle problematiche sociali e al tempo stesso un atteggiamento fermo sui contenuti, ma anche con una capacità di dialogo. Insomma, una visione della politica matura non angusta, né politicista né moderata, e al tempo stesso né subordinata né settaria. Insomma l’idea di un partito che si colloca sul fronte del cambiamento, è presente nello scontro sociale ma si pensa come soggetto popolare, aperto. In questo senso specifico, se volete, con tratti simili a quello che fu il PCI, seppure nelle differenze evidenti rispetto a quella storia.La terza osservazione mi viene dall’iniziativa di Marano e dalla nostra partecipazione a una coalizione alternativa al PD. In sé la vicenda non è eccezionale, da altre parti parteciperemo a coalizioni alternative al PD. Quello che mi ha colpito in quest’esperienza è stato il suo carattere particolare. Da un lato, perché si assumono contenuti socialmente avanzati che in altri casi sarebbero – anche per coalizioni analoghe &#8211; fonte d’imbarazzo. Penso ad esempio, a uno dei primi riferimenti programmatici, e che quindi assume il carattere di indirizzo generale: l’assunzione di un’idea di cittadinanza aperta che rifiuta esplicitamente la discriminazione dei migranti, in nome di un’idea di governo che si fonda sull’inclusività e l’eguaglianza. Elemento veramente distintivo è però l’idea di un modello di autogoverno fortemente partecipato, e la volontà –più volte ribadita &#8211; di rompere la barriera fra governanti e governati. Qualcosa di più della “trasparenza” come pratica di governo. Questa idea permea il programma e ne caratterizza la proposta. Un approccio che punta esplicitamente a rompere la separatezza fra politica e società civile e che quindi si propone di far crescere una consapevolezza più ampia, anche oltre l’ambito ristretto dei partiti. Quello che voglio evidenziare è che questi tratti di una proposta politica locale possono essere assunti più in generale e rivestono per noi un particolare interesse  Mi spiego. In una società così atomizzata, in cui imperversa la destra perché la sinistra moderata non svolge un ruolo di opposizione adeguato, ma soprattutto perché manca un’alternativa; in una società caratterizzata da uno scollamento fra cittadini e istituzioni, con una delegittimazione crescente degli stessi partiti, i comunisti hanno poche strade percorribili per ricostruire una loro legittimità e uscire dalla marginalità. Quella fondamentale è esaltare la loro diversità, ma non ripiegando su uno sterile settarismo o un’altrettanto sterile esibizione di un’identità astratta, quanto praticando la costruzione tenace di una proposta alternativa, che deve fondarsi sulla costruzione di un polo autonomo dal PD, ma si noti bene, che non si esaurisce semplicemente nella sommatoria di alcune formazioni politiche. Infatti, se non vi è connessione con i soggetti sociali, l’attivazione della partecipazione, uno sforzo vero di connettere pratiche a contenuti, la semplice proposizione di un’alternativa di schieramento è poco significativa e alla fine non mobilitante. Questo per me significa costruzione dell’alternativa. In consonanza con un approccio gramsciano, si tratta in definitiva di un “processo molecolare”, che  quindi si attua a partire dai territori,  che investe sia il politico che il sociale e che si propone di promuovere una politicizzazione di massa. Dovrebbe essere chiaro che se non viene cancellata l’esigenza della  ricerca della mediazione politica, un approccio di questo tipo è però alternativo alle pratiche politiciste disinvolte con cui anche a sinistra si è risolto il problema della ricerca del consenso. Inoltre, è evidente in questa prospettiva l’esigenza di una ricollocazione coraggiosa dell’iniziativa sul terreno sociale. Lo stesso progetto di costruzione del partito passa, in ultima analisi, dall’assunzione di quest’orizzonte.</span>Gianluigi Pegolo</p>
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		<title>La Mini-scissione e la premura di fondersi</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 11:52:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sulla mini scissione dell’Ernesto non c’è molto da dire. Dal punto di vista della consistenza basta scorrere l’elenco dei sottoscrittori per coglierne l’effettiva portata, che resta molto modesta. Dal punto di vista delle motivazioni, essa risulta del tutto priva di credibilità. Pensare che oggi sia possibile ricostruire un partito comunista uscendo da Rifondazione Comunista e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gianluigipegolo.wordpress.com&amp;blog=12242818&amp;post=73&amp;subd=gianluigipegolo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/02/rifondazione3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-74" title="rifondazione3" src="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2011/02/rifondazione3.jpg?w=460" alt=""   /></a>Sulla mini scissione dell’Ernesto non c’è molto da dire. Dal punto di vista della consistenza basta scorrere l’elenco dei sottoscrittori per coglierne l’effettiva portata, che resta molto modesta. Dal punto di vista delle motivazioni, essa risulta del tutto priva di credibilità.<span id="more-73"></span> Pensare che oggi sia possibile ricostruire un partito comunista uscendo da Rifondazione Comunista e aderendo al Pdci risulta semplicemente ridicolo. Su questo sono d’accordo con quello che ha scritto Claudio Grassi su Liberazione, ma il mio accordo si ferma qui perché per il resto le argomentazioni contenute in quell’articolo non mi sembrano per nulla convincenti. L’errore fondamentale che viene attribuito al gruppo dell’Ernesto starebbe nel rinunciare all’unificazione fra i due partiti comunisti per percorrere la via dell’entrismo nel Pdci. Con ciò si creerebbe, fra l’altro, una fibrillazione nelle relazioni fra i due partiti e all’interno della Federazione. Una scelta improvvida, dunque. La tesi esplicita è che, invece, bisogna porre la questione dell’unificazione dei due partiti fin dal prossimo congresso. A me pare che con questa impostazione si finisca, di fatto, nel ricadere nello schema politico da cui muove la stessa scelta dell’Ernesto. E cioè quella secondo la quale la questione fondamentale sia oggi quella dell’unificazione di Prc e Pdci, a prescindere da cosa siano effettivamente questi partiti, della loro cultura politica, delle loro posizioni e delle loro pratiche. Nel caso dell’Ernesto tutto si risolve nel richiamo a una storia comune e al ritorno all’ortodossia. La stessa scelta di aderire al Pdci sarebbe motivata alla maggior sensibilità di questo partito al tema dell’unità dei comunisti, oltrechè dalla sua coerenza. Nelle posizioni di Grassi vi è una sorta di pragmatismo organizzativista: che senso hanno più partiti comunisti?&#8230;se ci unificassimo potremmo semplificare i problemi organizzativi… potremmo essere più numerosi &#8230;e via dicendo. Le cose non stanno assolutamente così. In primo luogo mi chiedo: se fosse vero che i due partiti sono così simili e che vi è un’evidente tensione unitaria, per quale motivo il gruppo dirigente del Pdci ha appoggiato in questi mesi l’iniziativa del gruppo dell’Ernesto? Erano del tutto sconosciute al Pdci le intenzioni scissionistiche di questo gruppo? Con che credibilità il Pdci può proporre al Prc l’unificazione e poi civettare prima e accogliere poi nelle proprie fila i promotori di una scissione dal partito fratello? Un minimo di chiarezza spetta a questo punto al gruppo dirigente del Pdci, ma anche a chi in Rifondazione comunista si fa paladino della proposta di unificazione.Ma veniamo alle questioni di sostanza. Dalle elezioni del 2008 in poi dovrebbe ormai essere chiaro che un’opzione comunista in questo paese per ottenere consensi ha bisogno di una rilegittimazione che va costruita sulla base di una capacità di innovazione e di fortissima connessione sociale. Non solo, essa ha bisogno di caratterizzarsi per la sua diversità rispetto al degrado della politica e la tendenza allo scivolamento in un tatticismo senza principi in cui i contenuti dell’azione politica finiscono con l’essere irrilevanti. Nasce da qui l’alleantismo senza principi e il tentativo di trovare una legittimazione nel governo anziché nel consenso sociale. Il tema che quindi va posto al centro della nostra riflessione è dunque questo: come ridare slancio oggi a un’opzione comunista, dimostrandone la sua attualità? Porre come centrale al prossimo congresso la questione dell’unificazione del Prc con il Pdci significa, invece, inevitabilmente mettere in secondo piano questa esigenza e privilegiare un approccio organizzativo. Significa dare per scontato che differenze evidenti fra Prc e Pdci, sul piano della concezione del partito, della politica internazionale, dei rapporti con i movimenti, delle relazioni con il centro sinistra, siano irrilevanti e quindi incamminarsi verso un’unificazione il cui esito più probabile sarebbe il ripiegamento sull’esaltazione dell’identità, da un lato, e sull’accentuazione di un profilo moderato, dall’altro. Né si può far finta di non vedere quali effetti avrebbe un’operazione simile sulla neonata Federazione della sinistra. Chi scrive ha espresso in più occasioni la propria insoddisfazione per come si è proceduto alla costituzione della Federazione. Mi chiedo tuttavia: si può ragionevolmente ritenere che abbia senso una federazione costituita per il 90-95% da un solo partito? Per inciso mi chiedo anche: se la Federazione muoveva dal riconoscimento che esistevano delle differenze che impedivano la formazione di un partito unico, cosa è cambiato da allora per spingere all’unificazione delle sue maggiori forze?Ho l’impressione che alla fine il processo a cui si pensa porti a un solo risultato: un nuovo soggetto meno credibile di quelli esistenti e, pertanto, esposto al rischio di nuove diaspore e la definitiva decomposizione di quel po’ di schieramento unitario che fino ad ora siamo riusciti a costruire. L’unica vera alternativa credibile è la ripresa di un percorso teso alla “rifondazione” del pensiero e di una pratica comunista sul quale tutti possano cimentarsi e confluire, ma senza l’ipoteca di unificazioni accelerate, e la costruzione di un polo di sinistra alternativa (altro grande tema che mi pare stia diventando sempre più urgente) sul quale far cimentare la neonata Federazione, liberandola dal paralizzante ostacolo di una gestione pattizia, priva di un’effettiva progettualità politica.</p>
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		<title>DOVE VOGLIAMO ANDARE?</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 15:30:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo il congresso della Federazione della Sinistra…. DOVE VOGLIAMO ANDARE? Il congresso della Federazione della Sinistra è stato vissuto da alcuni come una speranza. Quella di uscire dal tunnel di questi ultimi due anni, in cui dopo la disfatta dell’Arcobaleno, la scissione di SEL, la sconfitta delle europee e il calo di consensi successivo sono [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gianluigipegolo.wordpress.com&amp;blog=12242818&amp;post=68&amp;subd=gianluigipegolo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2010/12/rifondazionebandiere.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-71" title="rifondazionebandiere" src="http://gianluigipegolo.files.wordpress.com/2010/12/rifondazionebandiere.jpg?w=460" alt=""   /></a>Dopo il congresso della Federazione della Sinistra….</p>
<p><strong>DOVE VOGLIAMO ANDARE?</strong></p>
<p>Il congresso della Federazione della Sinistra è stato vissuto da alcuni come una speranza. Quella di uscire dal tunnel di questi ultimi due anni, in cui dopo la disfatta dell’Arcobaleno, la scissione di SEL, la sconfitta delle europee e il calo di consensi successivo sono cresciute le incertezze sulle prospettive future.</p>
<p>Per quanto mi riguarda, questo congresso non ha invece dato le risposte che auspicavo e, anzi, mi ha fatto sorgere ulteriori dubbi. Innanzitutto, per le modalità con cui è stato gestito. Che fosse un congresso fatto per necessità ed anche per esigenze propagandistiche era noto. Che quindi le modalità fossero discutibili anche. Ma quello che alla fine è emerso va oltre ogni previsione. Lo si è visto nel caso dello statuto oltre che nel trattamento riservato a chi ha espresso dissensi o differenze. Si può presentare uno statuto tre ore prima che venga discusso in un’assemblea plenaria, e senza che se ne sia discusso nei congressi di base? Si può cambiare un simbolo senza che neppure i membri delle segreterie dei partiti della Federazione ne siano a conoscenza? Purtroppo questo è successo e non credo valgano scusanti. Si è trattato ne più e ne meno della soluzione burocratica adottata per tutelare la mediazione raggiunta in un cenacolo ristrettissimo. E la stessa cosa vale per l’assenza di qualsiasi regola democratica nella formazione della platea, esito di una lottizzazione manipolata fra componenti, o per la nomina dell’organismo dirigente, tesa a ridimenzionare -fra l’altro- le sensibilità che avevano espresso critiche.  Senza contare, infine, il non rispetto delle quote femminili che poco prima erano state approvate nello statuto e che oggettivamente è suonato ai più (e non solo alle compagne) come una beffa.</p>
<p>Non credo che tutto ciò si possa archiviare con leggerezza. Oltre un certo limite &#8211; si sa &#8211; il metodo è sostanza e quello che è avvenuto dimostra solo a quali torsioni si è dovuto ricorrere per superare problemi che sono politici. E qui veniamo alla seconda questione che riguarda per l’appunto la linea. Esiste una linea chiara della Federazione? Alla luce di quanto ho visto in questo congresso, ma anche di quello che ho letto dopo, non mi pare proprio. Quali sono i nostri riferimenti a sinistra? E’ abbastanza evidente che un pezzo di questa Federazione è all’inseguimento di Vendola. Alcuni addirittura già danno indicazioni a suo favore per le primarie, auspicano la costruzione di liste uniche alle politiche, vorrebbero che SEL entrasse nella Federazione. Peccato che ne’ Vendola né SEL ci pensino minimamente, col risultato un po’ patetico di chi dopo una corte serrata si vede puntualmente respinto dall’oggetto del suo desiderio. E ciò mentre vi è a sinistra una domanda vera di alternativa che non solo si esprime in alcune formazioni politiche, ma soprattutto che attraversa ampie quote di elettorato che vuole qualcosa di più di un appiattimento sul PD o della riproposizione di un nuovo centro sinistra.</p>
<p>Esiste una linea precisa sull’accordo per battere Berlusconi, quell’alleanza democratica che dovrebbe prevedere una intesa elettorale fra chi si colloca all’opposizione? Formalmente la Federazione dovrebbe puntare su un accordo elettorale con le forze collocate all’opposizione, ma senza entrare nel governo in caso di vittoria &#8211; questo è stato ribadito più volte &#8211;  ma fino a che punto questa scelta è effettivamente condivisa, dopo che nel corso del congresso della stessa Federazione c’è chi ha parlato di “patto di legislatura”? E che dire, poi, della coerenza di chi vorrebbe che partecipassimo a delle primarie per decidere il premier di una coalizione di governo di cui non si intende far parte?</p>
<p>Infine, quale compattezza può avere una federazione in cui già qualcuno pensa di unificare i due partiti che insieme ne rappresentano più del 90%? Ma c’è di più. Dato che in più occasioni il segretario del PRC ha ribadito che non è in discussione il mantenimento del Partito come forza politica autonoma, come interpretare il pronunciamento di dirigenti del PRC che si muovono nella direzione del superamento di tale autonomia e che avanzano proposte di fusione tra PRC e PDCI? A me pare che questi aneliti alla fusione abbiano in realtà l’obbiettivo della costruzione di un soggetto moderato, di ispirazione governista, che fa dell’identità una bandiera essenzialmente propagandistica. Cosa ben diversa dalla costruzione di una forza comunista interprete di un progetto di cambiamento, radicata e profondamente rinnovata nella cultura politica e nelle pratiche sociali.</p>
<p>In un quadro simile non c’è da essere tranquilli. Dietro l’apparente unanimità della FdS, emerge una spinta moderata che –in ultima analisi &#8211; fa dell’omologazione al centro sinistra e della ripresa “dell’Arcobalenismo” i suoi veri obiettivi. Questa linea è oggettivamente alternativa ad ogni proposta di rafforzamento/rilancio del progetto “rifondazione comunista”. Non solo, a me pare che oggettivamente ci condurrebbe ad un ruolo politicamente marginale, oltre che a erodere (anziché ampliare) gli stessi consensi elettorali. Quello che è certo è che di fronte a tali insidie il tempo dei tatticismi, delle mediazioni equivoche e della gestione spartitoria e pattizia è finito. Un chiarimento sulla linea, è quindi, d’obbligo a partire dallo stesso PRC. Ed è necessario che avvenga il prima possibile, perché da fuori molti ci guardano e ci chiedono dove vogliamo andare.</p>
<p>Gianluigi Pegolo</p>
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		<title>Il mio intervento al congresso della FDS</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 12:45:29 +0000</pubDate>
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