Verso le elezioni regionali

La partita delle elezioni regionali è a una svolta decisiva. Si stanno per chiudere le intese e il quadro appare ormai delineato nei suoi aspetti essenziali, anche se su alcune specifiche realtà permangono degli interrogativi. E’ quindi possibile trarre alcune prime valutazioni che naturalmente – sarebbe incauto non farlo – dovranno essere sottoposte al vaglio degli ulteriori sviluppi della situazione e, soprattutto, dei risultati finali della prova elettorale.

Il primo elemento che vorrei sottolineare riguarda la corrispondenza fra le scelte generali di linea, che come PRC abbiamo a suo tempo assunto, e l’approdo finale in termini di intese raggiunte. Per farlo, però, è necessario ritornare alle indicazioni di linea che ci siamo dati a suo tempo. Queste prevedevano una scelta articolata territorialmente. Si rifiutava, cioè, sia l’opzione di alleanze generalizzate col centro-sinistra, sia una collocazione dovunque alternativa. Si può discutere su una simile scelta che implicava contestualmente l’assunzione come baricentro della questione morale e dei programmi, e di fatti anche nel partito se ne è discusso molto, ma io credo in tutta onestà che una linea alternativa non vi fosse, come mi pare i fatti abbiano dimostrato.

Il quadro finale appare pertanto caratterizzato da una differenziazione di collocazioni secondo le tre opzioni fondamentali

previste: la collocazione autonoma come federazione o nell’ambito di un polo di sinistra alternativa ( è il caso della Lombardia, delle Marche e della Campania), l’accordo di tipo tecnico-elettorale che ci svincola dalla partecipazione a futuri governi ( come in Piemonte, Lazio e Basilicata), l’accordo organico nelle altre regioni.

In generale, la soluzione finale risulta nel complesso accettabile, anche se va riconosciuto che questa linea è stata applicata con gradi di  consapevolezza diversi e in alcuni casi, ma molto limitati, si sono commessi errori di valutazione e la stessa linea non è stata compiutamente applicata. Adesso il compito principale è l’impegno per la campagna elettorale che dovrà essere il più esteso ed efficace, anche perché – è opportuno ricordarlo – dopo le sconfitte subite alle politiche e alle regionali è essenziale per il partito e per la Federazione ottenere un risultato positivo.

Nella campagna elettorale a me pare sia indispensabile rendere evidenti le ragioni delle scelte che sono state fatte e caratterizzare al massimo la presenza della lista della Federazione. Queste due esigenze implicano, ad esempio, che laddove il PD ha consapevolmente rotto con la Federazione per un puro vizio di settarismo – come nel caso della Lombardia – deve emergere con chiarezza che in questo modo non solo è stata posta una pregiudiziale intollerabile a sinistra, ma che è stato questo il miglior favore fatto alla destra. Lo stesso dicasi laddove il Pd – come nel caso delle Marche – per imbarcare l’UDC ha rimesso in discussione l’alleanza con le forze della sinistra (in questo caso non solo con la Federazione della sinistra ma anche con Sinistra e libertà). Ed, infine, in Campania dove  si è voluto optare per un candidato che presenta caratteristiche incompatibili con una opzione progressista.

L’esigenza di esplicitare le ragioni delle scelte sono a maggior ragione essenziali laddove si è scelta la strada dell’accordo elettorale, una formula che se non fosse qualificata sul piano dei contenuti risulterebbe poco comprensibile. A tale proposito in Piemonte, Lazio è Basilicata sarebbe sbagliato assumere un basso profilo, presentando l’accordo elettorale come un male minore o una scelta tattica. Occorre, invece, rendere evidenti gli elementi che hanno impedito l’accordo organico facendone la nostra bandiera. In questi casi, dobbiamo candidarci al ruolo di presidio democratico nelle istituzioni e rivendicare la difesa di alcuni valori e scelte, anche dissonanti con quelli assunti dal resto della coalizione.

In generale, sul piano programmatico occorre evidenziare la peculiarità della nostra presenza. Anche laddove abbiamo conseguito accordi organici occorre far capire quali siano i risultati ottenuti in termini programmatici e in cosa si caratterizza il partito e la Federazione. Dobbiamo evitare in ogni caso l’assunzione di un profilo politico  totalmente omologato al centro-sinistra.

La vicenda elettorale, e in particolare le scelte di coalizione, si prestano tuttavia ad altre considerazioni che oltrepassano l’ambito squisitamente elettorale ed investono la prospettiva politica generale.

Una prima riflessione merita la vicenda del PD. La partita non è ancora chiusa, ma una considerazione si può già trarre. L’apertura all’UDC si realizza essenzialmente in realtà dove il PD è forte (Liguria, Marche, Basilicata). Non riesce, invece, il tentativo di utilizzare l’UDC per sfondare in realtà in cui il PD è più a rischio, come nel sud. La qualcosa non è senza importanza perché sta ad indicare che l’alleanza con l’UDC incontra un limite ben preciso e cioè è possibile solo fin tanto che non pregiudica la collocazione rigorosamente centrista dell’UDC. Pensare di trascinare l’UDC in un accordo sempre più organico di centro sinistra si è dimostrato del tutto velleitario. In secondo luogo, l’apertura all’UDC costa al Pd di più di quanto renda e ciò è dovuto al fatto che il PD paga anche il prezzo di un investimento futuro, senza trarne grandi vantaggi immediati. Ma, soprattutto, questa scelta crea simmetricamente danni nel rapporto a sinistra. Il caso Marche è emblematico e speriamo che ciò non si riproduca nelle ultime ore anche in altre regioni.

L’apertura all’UDC, tenacemente perseguito dal gruppo dirigente del PD, non è stata dettata però unicamente dall’esigenza di allargare gli schieramenti per battere le destre, è anche il frutto di un’impostazione che muove nella direzione di un’ulteriore spostamento in senso moderato dello stesso  partito. Questo spiega la candidatura De Luca in Campania, ma anche la facilità con cui si  sono assecondate le richieste dell’UDC ( per esempio in Piemonte).

In ciò sta la conferma dell’ attualità della nostra scelta di autonomia e di alternatività al progetto del Pd, assunta nel congresso di Chianciano. Una autonomia e alternatività che vanno praticate non tanto con l’isolazionismo, ma con la capacità di tenere la barra sui contenuti e al tempo stesso di saper accettare, insieme con la partecipazione a coalizioni unitarie, anche la sfida di una competizione diretta col Pd, quando si renda necessario.

Una seconda osservazione di carattere generale riguarda la dinamica che si è aperta a sinistra. Sulla vicenda campana è precipitata un’evidente contraddizione. L’Italia dei Valori e Sinistra e Libertà si sono riallineate con il PD dopo avere criticato aspramente, non meno di noi, la scelta del candidato presidente. Non solo, questa retromarcia è stata la cifra dello stesso congresso nazionale dell’Italia dei Valori che tutti i commentatori hanno giustamente letto come un riavvicinamento dell’IdV al PD. Nel caso di Sinistra e Libertà fa specie notare che dopo le aperture nei confronti della Federazione da parte dello stesso Vendola, al primo appuntamento decisivo, come le elezioni in Lombardia, di fronte alla pregiudiziale anticomunista inaccettabile posta da Penati, non si sia opposto alcun apprezzabile rifiuto. In questo caso è del tutto evidente l’uso tattico che del rapporto con la Federazione ha fatto il gruppo dirigente di SeL, finalizzato – è ormai evidente – a sbloccare la situazione pugliese. Anche in questo caso la linea di tendenza è stata la ricostruzione di un asse con il PD.

Questi eventi pongono problemi di prima grandezza sul piano strategico perché prefigurano la ricostruzione di un  nuovo centro sinistra a direzione PD e spostato su posizioni moderate e  indeboliscono oggettivamente la prospettiva di un polo di sinistra autonomo dal PD.

Dovremo attentamente riflettere su questo nuovo scenario. Occorre però riconoscere che le vicende più recenti, dalla Campania alle Marche, mettono in evidenza come sia difficile per le forze della sinistra di alternativa una ricollocazione sotto le ali del PD  a prezzo del sacrificio della propria autonomia. I giudizi espressi da molti a sinistra sul caso campano sono significativi, così come è positivo che nelle marche Sel non si sia piegata ai desiderata del Pd o, ancora, che in alcune regioni si siano realizzate intese con i verdi.

L’elemento che, insomma, pare emergere è che la ricostruzione di un centro sinistra subalterno al PD incontri difficoltà, ma nel contempo che la costruzione di un polo alternativo sia tutt’altro che a portata di mano. Ancora una volta è su di noi, sul PRC e sulla Federazione, che ricade il compito di rilanciare il rapporto a sinistra. Tuttavia, difficilmente ciò è possibile ricorrendo a semplici richiami all’unità della sinistra. Si richiede, al contrario, la capacità di abbinare la propensione unitaria alla capacità concreta di agire sulle contraddizioni e, allo stato attuale, questo è molto più agibile a partire dai territori che non attraverso intese nazionali.

Infine, un’ultima considerazione sulla Federazione delle sinistra.

Come abbiamo più volte sostenuto, queste elezioni dovevano vedere la presentazione del simbolo della Federazione in tutte le regioni. Allo stato attuale, negli ultimi scorci di questo convulso confronto sulle coalizioni, questo sembra l’esito prevedibile e ci auguriamo che sia così. Il PRC ha sostenuto con decisione questa linea scontando le difficoltà di accordi che, pur poggiando su una intesa nazionale, dovevano tuttavia confrontarsi poi in loco. L’obiettivo è stato sostanzialmente raggiunto e, tuttavia, anche qui una riflessione va fatta perché troppa enfasi è stata data nel confronto interno alla Federazione alla questione degli equilibri nella rappresentanza e troppo poco peso alla partita politica che si giocava.

Una partita che non solo doveva garantire il successo elettorale della Federazione e impedirne l’isolamento, ma doveva anche contribuire a dare alla stessa Federazione un profilo più netto, a partire dalla necessità di enfatizzare il confronto programmatico e dalla necessità di addivenire ad intese elettorali coerenti.  Non sempre è stato così e lo si deve riconoscere. In alcuni casi le dinamiche interne alla Federazione hanno ridotto la capacità di iniziativa esterna, in altri casi hanno alimentato tensioni, poi ricomposte. Questi riscontri ci sollecitano ad affrontare rapidamente il nodo del rafforzamento del progetto politico della federazione, della valorizzazione della sua autonomia politica e programmatica e di una pratica sociale più incisiva.

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