La Federazione della Sinistra alle prove delle regionali

In un paese attraversato da una crisi così profonda sul piano economico, sociale e politico ci si dovrebbe attendere un sussulto dalle prossime elezioni regionali ed amministrative. Sarebbe logico che dalle urne venisse la sconfessione dell’operato del governo di centro-destra, che la delusione e la rabbia per l’assoluta assenza di un intervento a sostegno dell’occupazione e del reddito si facesse sentire, che vi fosse un moto di rivolta verso un sistema di corruzione che ormai invade tutti i gangli dell’economia e dello stato.
Peraltro, gli ampi risalti che sulla stampa e sui mass media sono stati dati alla nuova “tangentopoli” con le connessioni dirette ed indirette con esponenti del governo testimoniano non solo della gravità della situazione – che non è più oscurabile – ma anche della distanza che porzioni rilevanti degli stessi poteri forti cominciano a porre fra loro stessi e questo governo, inefficace sulla crisi, screditato internazionalmente e incapace di contenere la protesta sociale. Inoltre, il continuo conflitto sul piano istituzionale che oppone Berlusconi a Fini e, all’interno della maggioranza, i fedelissimi del cavaliere ai sostenitori di una destra presentabile costituisce un ulteriore elemento di difficoltà in cui si dibatte il centro-destra.
Tutto deporrebbe, quindi, per un risultato elettorale incoraggiante per le forze progressiste e di sinistra, ma questo esito non è per nulla scontato e la ragione sta nel fatto che l’opposizione è ancora inadeguata e che il profilo politico del Pd appare incerto e ambiguo, tentennante fra la volontà di dare battaglia e la propensione ad aprire una nuova interlocuzione con il centro-destra sul terreno scivolosissimo delle riforme istituzionali. Ma non si tratta solo di questo. La strategia del Pd, infatti, anziché far leva sulla protesta sociale, dare una sponda al sindacato, porsi come vera (e non solo declamata) alternativa, indugia nel politicismo delle alleanze a geometria variabile, nel tentativo – unico elemento chiaro della sua linea attuale – di attrarre settori del centro per vincere lo scontro elettorale.
Da tutto ciò deriva che nella prossima tornata elettorale queste contraddizioni si rifletteranno sui territori, sul piano delle alleanze e su quello delle proposte, con realtà più avanzate in cui si continueranno esperienze amministrative consolidate o si terrà una impostazione socialmente avanzata e realtà in cui la rottura fra Pd e sinistra si consumerà nella scelta di schieramenti contrapposti. Questo esito non era scontato.
E’ il frutto di scelte precise rispetto alle quali occorre una risposta da parte del nostro partito e della stessa Federazione della sinistra che siano in grado, da un lato, di rispondere a quella emergenza civile e democratica che sollecita il compattamento di uno schieramento alternativo alle destre e, dall’altro, di non farsi omologare subendo la logica del meno peggio. Per questa ragione, a conclusione della partita del confronto politico, lo scenario si presenta articolato: accanto ad alcune regioni nelle quali la federazione della sinistra si presenterà col centrosinistra ve ne saranno altre in cui gli accordi saranno puramente elettorali, escludendo un’eventuale partecipazione al governo in caso di vittoria (come il Piemonte, il Lazio e la Basilicata) e altre, infine, in cui la stessa federazione si presenterà in alternativa al centro-sinistra. E’ il caso di Lombardia, Campania e Marche. Le ragioni dell’impossibilità di convergere in accordi (totali o anche solo parziali) sta nei dissensi sulle proposte programmatiche, ma anche nelle preclusioni poste nei nostri confronti dallo stesso Pd o in scelte sulle candidature a presidente inaccettabili. Questa articolazione è non solo il riflesso di una diversità oggettiva delle situazioni e della centralità della questione dei contenuti che abbiamo posto come bussola per i nostri comportamenti, ma è anche l’approdo più coerente – mi pare sia il caso di sottolinearlo – con una scelta di autonomia politica, che è necessario ribadire. L’esempio più eclatante è rappresentato dalla vicenda campana in cui, come è noto, la Federazione della sinistra non ha accettato di convergere con il centro-sinistra perché fin dall’inizio ha rifiutato una candidatura a presidente della giunta regionale che non soddisfaceva elementari requisiti sul piano etico e politico, al punto da essere contestata da settori interni allo stesso Pd. Avremmo voluto che in questa scelta si fossero schierate con noi altre forze che all’inizio avevano espresso le nostre stesse critiche severe, ma alla fine IdV e Sinistra e Libertà sono riconfluite nel centro-sinistra. Ed anzi questa scelta ha assunto oggettivamente un significato più ampio, come peraltro è ben emerso nel congresso dell’Idv, e cioè un ripiegamento per convenienza sotto le ali del Pd, con buona pace degli aneliti di autonomia che queste forze avevano talvolta manifestato. Questa omologazione è per noi inaccettabile e per questo, nel caso della Campania, è entrata in campo la candidatura del compagno Ferrero. Una scelta molto impegnativa che testimonia del peso che il nostro partito e la stessa Federazione attribuiscono a questa sfida elettorale. Ciò vale, naturalmente, anche per gli altri casi in cui ci presentiamo da soli, come nelle Marche dove candidiamo a presidente Rossi, già presidente della provincia di Ascoli Piceno e in Lombardia dove la candidatura di Agnoletto non ha bisogno di presentazioni. In questi casi è in gioco da subito la possibilità di ricostruire un polo della sinistra di alternativa, negli altri quella di reggere lo scontro con la destra su alcuni contenuti che rispondano al dilagare del disagio sociale. Dovunque, al di là delle specifiche collocazioni, siamo chiamati ad uno sforzo per dare alla Federazione un profilo forte e caratterizzato. Ciò vale sul piano delle proposte di merito per regioni e comuni, ma vale anche per la capacità di intrecciare questioni più generali che sono in campo con la prova elettorale. Vale per l’annunciato sciopero generale della Cgil, momento rilevante della battaglia di opposizione e terreno fondamentale di mobilitazione sociale, in particolare sul versante dell’occupazione e del reddito, ma vale anche per l’annunciata campagna referendaria sul rifiuto del nucleare, sulla difesa della gestione pubblica dell’acqua e sulla lotta alla precarietà, questioni che debbono essere fatte vivere nella campagna elettorale e caratterizzare i programmi nostri e delle coalizioni di cui facciamo parte.

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