UNITA’ OD OMOLOGAZIONE?

10 punti di riflessione sulle prospettive del PRC e della Federazione della sinistra dopo il voto

Occorre tornare sul risultato elettorale delle regionali perché, come mi pare si sia potuto cogliere anche nel recente Consiglio della Federazione della sinistra, esso può essere interpretato in vari modi. Inoltre, i diversi giudizi conducono inevitabilmente verso prospettive differenti. I dieci punti che seguono sono il tentativo di leggere in modo obiettivo il risultato elettorale, ma soprattutto vogliono trarre prime conclusioni sulla prospettiva che si apre per il PRC e per la Federazione

1 La prima questione, essenziale, è l’interpretazione del successo del centro-destra ( perché di questo si tratta). Non si è trattato di un successo in termini di voti ( perché semmai vi è stata una flessione), quanto della straordinaria capacità di tenuta elettorale, pur in una situazione quanto mai sfavorevole, che ha consentito allo stesso centro-destra di conservare la propria forza e di conquistare il governo in altre quattro regioni. Gli effetti di questa vittoria si possono già misurare ora: rafforzamento dell’asse Berlusconi – Lega (unica vera vincitrice), rilancio dell’offensiva istituzionale (con lo scambio fra federalismo e presidenzialismo e ancor di più la riforma della giustizia, garanzia dell’impunibilità del premier) e prevedibile offensiva sociale (dall’art. 18, al sistema pensionistico, ai diritti). Su questa lettura del risultato non dovrebbero esservi dubbi. Il punto sul quale invece occorre porre l’attenzione è la simmetrica sconfitta dell’opposizione, che è intaccata anch’essa dall’astensionismo crescente ( in ciò evidenziando dinamiche del tutto diverse da quelle francesi) e che perde consensi elettorali ( dalle forze del centro-sinistra alla stessa UDC), con l’unica eccezione dell’affermazione delle liste Grillo in alcune regioni. La sostanza della sconfitta dell’attuale linea del PD sta nell’essersi illusi che fosse possibile battere il centro-destra attraverso essenzialmente una operazione di geometria politica, allargando semplicemente il sistema di alleanze al centro, anche a prezzo di torsioni moderate e rotture a sinistra. La lezione da trarre è semplice ma molto impegnativa: senza una straordinaria capacità di promuovere l’opposizione, connettendola con le non irrilevanti manifestazioni di resistenza sociale che sono in atto, senza un sostegno vero alle battaglie a difesa del lavoro e dei diritti, senza una limpidezza nella collocazione e nelle pratiche, il centro-destra non solo non è scalfito nei rapporti di forza, ma consolida la sua egemonia in pezzi rilevanti della società italiana.

2 Questa constatazione, tuttavia, ha delle implicazioni anche per quanto riguarda la lettura del nostro voto e su questo, invece, a me pare vi sia nel nostro dibattito, ma soprattutto in quello della Federazione, un’impostazione insoddisfacente e che, talvolta, emergano posizioni non condivisibili. Non si tratta tanto del giudizio complessivo. E’ del tutto evidente che dal punto di vista elettorale in senso stretto l’arretramento rispetto alle europee è negativo, anche se sarebbe sbagliato dare un giudizio catastrofico. Il punto è che questa flessione rispetto alle europee era annunciata perché nei mesi scorsi tutti i segnali andavano in questa direzione. Ciò significa che essa non è tanto il risultato della tattica elettorale utilizzata (sulla quale avrò modo di soffermarmi successivamente), quanto – assai di più – del deficit di iniziativa politica e sociale della Federazione e del suo profilo ancora indefinito.

3 La questione fondamentale sta quindi nella nostra credibilità. In questo sta a mio avviso la connessione con il tema generale che emerge dal dato elettorale a cui ho accennato in precedenza. Il deficit di opposizione e di capacità di rappresentare la domanda sociale investe, insomma, anche noi. Nella sostanza, a me pare che non siamo riusciti a ridare senso – nella materialità dell’attuale condizione sociale – ad una scelta anticapitalista e comunista. Io temo, anzi, che in queste elezioni la Federazione sia stata percepita più come l’interprete di una storia, che come il soggetto promotore di un cambiamento, che all’evocazione di un processo di riaggregazione a sinistra non abbia fatto seguito la capacità di dare il senso di una sua effettiva utilità sociale. Nel dibattito in corso nella Federazione, invece, si elude un confronto vero su questi nodi e molto spesso ci si limita al richiamo ai limiti organizzativi che hanno gravato e che gravano sulla sua operatività. A tale proposito, la richiesta di accelerare tout court il processo di costituzione della Federazione se riflette il bisogno di superare una condizione di provvisorietà, nasconde, io penso, la sottovalutazione di questi limiti di fondo e la ricerca della classica scorciatoia organizzativistica.

4 Un secondo ordine di considerazioni riguarda la questione delle scelte elettorali compiute. A me pare che in talune interpretazioni presenti nella Federazione, ma anche nel nostro partito, si tenda ad attribuire il risultato elettorale insufficiente ad un’inadeguata politica delle alleanze. L’enfasi posta sulla sconfitta in Campania e Lombardia e la continua sottolineatura sull’effetto del “voto utile” a cosa mirano?  Cerchiamo di capirci: l’effetto “voto utile” c’è stato e chi lo nega non tiene conto di un dato della realtà. Lo sapevamo bene che si sarebbe manifestato e non si può certo sostenere ora che vi sia stato nelle scelte che abbiamo fatto un eccesso di settarismo nei confronti del centro-sinistra. Quando abbiamo posto la priorità dei contenuti e la questione morale abbiamo accettato un confronto con il centro-sinistra rigoroso, senza precludere la possibilità di conseguire (dove ne esistevano le condizioni) un accordo. Non è forse vero che dove le alleanze non sono state fatte ciò lo si deve al rifiuto immotivato del PD o a scelte assolutamente inaccettabili, come nel caso della Campania? Se un rilievo posso fare sulle scelte compiute non è quello che vi sia stata la mancanza di propensione unitaria, semmai che dovevamo essere ancora più rigorosi sui contenuti. Senza aprire polemiche, a me pare che in alcuni casi potevamo fare scelte o adottare comportamenti diversi. Peraltro, pur essendo il risultato nelle regioni dove siamo andati in alleanza con il centro-sinistra migliore di quelle in cui siamo andati da soli, vi sono in ogni caso differenze fra le varie regioni che non dovrebbero essere sottovalutate. Se depuriamo il risultato complessivo da quello ottenuto nelle regioni in cui ci siamo presentati autonomamente, constatiamo come si è avuta comunque una flessione, a dimostrazione che se l’effetto voto utile c’è stato, nondimeno anche le alleanze con il centro-sinistra non hanno impedito l’arretramento rispetto alle elezioni europee, che è stata sì contenuta ma non arrestata.

5 Sull’indicazione operativa da trarre dal risultato non vi possono essere molti dubbi. Di fronte al successo delle destre e alla pericolosità delle stesse, è evidente che la costruzione di un’iniziativa unitaria è essenziale. Che la Federazione debba assumersi la responsabilità di promuovere tale iniziativa mi pare altrettanto logico. L’agenda delle iniziative da assumere è dettata in primo luogo dai temi sui quali l’offensiva della destra è più forte e su quelli a maggiore impatto sociale. Sul fronte sociale queste sono: la difesa dell’articolo 18, la tutela dell’occupazione e la lotta al precariato, la salvaguardia dei beni pubblici, il rifiuto del nucleare. Questi temi s’intrecciano alla battaglia referendaria. Con tutte le forze che sono disponibili a sostenere queste iniziative dobbiamo essere disponibili al dialogo e promuovere mobilitazioni unitarie. Così come dobbiamo lavorare per uno schieramento a difesa della democrazia e in particolare della Costituzione, contro le torsioni presidenzialiste, contro la manomissione del sistema giudiziario e contro l’offensiva sul federalismo fiscale. Né, credo, si possa mettere in dubbio la necessità che in caso di elezioni politiche si realizzi un accordo elettorale per battere Berlusconi. Il punto è un altro e riguarda la relazione che si viene a stabilire fra la Federazione e il centro-sinistra.

6 A me pare che vi siano in campo due linee possibili. La prima è quella che, assumendo il bipolarismo come un dato di fatto e considerando preminente l’esigenza di evitare l’isolamento politico, persegue la via della ricostruzione del centro-sinistra, con il corollario della scelta di alleanze elettorali sistematiche a tutti i livelli, in cui l’esigenza frontista prevalga anche sul confronto di merito sui contenuti e che prevedano lo sbocco di governo. Di qui io credo una serie di polemiche fatte sugli accordi elettorali, il più delle volte formulate da chi auspicava l’intesa di governo purchessia, vuoi per occupare postazioni (gli assessorati) giudicate decisive per la visibilità, vuoi per il convincimento che la questione programmatica non sia – al momento attuale – in sé decisiva. La linea alternativa è quella che lavora per il superamento del bipolarismo, considera decisivo al fine della costruzione di una vera opposizione il terreno concreto dei contenuti e delle pratiche, accetta il confronto unitario col centro- sinistra, ma nella consapevolezza che oggi la difficoltà principale sta in una propensione moderata che impedisce lo sviluppo di un’opposizione di massa degna di questo nome, che le alleanze elettorali vadano misurate sul piano della coerenza fra esigenza di unità ed efficacia dei contenuti, che, conseguentemente, sia essenziale il mantenimento dell’autonomia della Federazione dal PD e che non esistano le condizioni per la ricostruzione del centro-sinistra.

7 Personalmente non ho dubbi. Io mi riconosco in questa seconda linea, che è poi quella che si richiama al fulcro della scelta operata nel congresso di Chianciano. Non si tratta di un rigurgito identitario, né di una propensione settaria o della sottovalutazione dell’esigenza obiettiva dell’ unità per battere le destre. Si tratta invece di una lettura – a mio parere realistica – dello stato delle cose. Se è vero che il risultato elettorale dipende dal deficit di opposizione e se tutti riconosciamo che tale deficit è imputabile in modo principale alle posizioni del PD, è evidente che al di là della nostra disponibilità unitaria, se non c’è una nostra iniziativa autonoma che sappia non solo praticare l’unità ma anche spostare a sinistra l’asse politico, l’esito sarebbe quello di assecondare un continuismo che non consente un passo in avanti. Se sul fronte elettorale, l’unica bussola è quella della generalizzazione degli accordi di governo col centro-sinistra, senza valutarne l’effettiva compatibilità con alcuni contenuti, certamente si elimina l’effetto voto utile, ma non s’inverte la tendenza (prevalente in questo risultato elettorale), ad un nostro progressivo declino per mancanza di un profilo forte, e socialmente credibile. L’alternativa fra le due linee non è, quindi, quella fra propensione unitaria e resistenza settaria, come alcuni vorrebbero dare ad intendere, ma fra due idee diverse di unità: l’unità come convergenza possibile, fra soggetti autonomi e sui contenuti e l’unità come tendenziale omologazione. A me pare che la seconda via sarebbe alla fine mortale per il nostro partito e per la Federazione.

8 Se questo è  vero, un nodo va però affrontato ed è quello dei rapporti a sinistra. A me pare che l’attuale Federazione da sola non sia in grado di reggere la sfida che ci sta di fronte e questo non solo per i limiti che ho prima richiamato, ma anche per un’evidente insufficienza in termini di rapporti di forza. Con un 3% circa di consensi si rischia in continuazione di finire o nell’isolamento o nella subordinazione. Inoltre, la forma stessa che si è data la Federazione costituisce un oggettivo impedimento ad un suo allargamento. Lo si voglia o no, nuovi soggetti dovrebbero aderirvi accettando un’impostazione già definita, il che mi pare costituisca un ostacolo in molti casi insuperabile. Se la scelta fosse stata diversa – come personalmente ho sempre sostenuto – e cioè un processo aperto, molto centrato, oltre che sull’accordo elettorale, sulla sperimentazione di pratiche, senza forzature organizzativistiche – sarebbe stato possibile un allargamento. Per come si sono mese le cose mi pare sia difficile. Il problema dei rapporti di forza sta diventando sempre più importante e lo sarà a maggior ragione a partire dal voto alle amministrative del prossimo anno per le quali, data la riduzione del numero di eletti, anche in presenza di alleanze con il centro-sinistra non saremmo più garantiti. E qui veniamo ad un punto fondamentale. Se non si consolida a sinistra un “polo alternativo” di una certa consistenza non si regge la presentazione autonoma dal PD (come dimostrano specularmente i casi della Campania e delle Marche), ma diventa anche difficile, laddove ve ne siano le condizioni, stipulare alleanze con il centro-sinistra qualificate. Dirò di più, solo una sinistra autonoma, conflittuale e non subordinata, con una massa critica adeguata, può influire positivamente sullo stesso dibattito in corso nel PD.

9 Un polo di sinistra ha oggi senso se è in grado di porsi in modo autonomo rispetto al PD. E’ da qui che sorge il problema della relazione con SEL. Fare dell’alleanza con SEL una questione di numeri del tipo…… se sommiamo il nostro 2,8% con il loro 3%, raggiungiamo quasi il 6%…. e’ una pura astrazione e non solo perché in tema di elezioni non valgono mai le somme algebriche, ma perché il problema con SEL è se questa formazione intende essere autonoma dal PD o se si considera parte integrante di un centro-sinistra a guida PD. Oggi la linea prevalente in SEL è quest’ultima e le posizioni di Vendola danno a tale scelta una connotazione ancora più inquietante, puntando a costruire un soggetto unico del centro-sinistra di ispirazione “nuovista”, non molto dissimile dalle suggestioni veltroniane. L’esperienza della Marche (dove abbiamo costruito un polo alternativo con SEL) ci suggerisce che quest’impostazione può essere superata, ma per l’appunto facendo leva su contraddizioni reali, non in ragione di una convergenza scontata. Vorrei anche rilevare che un polo della sinistra di alternativa che oltrepassi i limiti della Federazione può vedere la presenza anche di altre forze politiche, ma che esso ha un senso se raccoglie una domanda di cambiamento e per questo sarebbe curioso che si realizzasse senza coinvolgere almeno parti dei movimenti di lotta, se non riuscisse a recuperare almeno un pezzo di quel popolo di sinistra che si è rifugiato nell’astensionismo o nella protesta populista. So bene che di fronte alle difficoltà obiettive la tendenza più semplice è quella di confluire sotto le grandi ali del PD, ma queste scelta non risolve alla fine i nostri problemi.

10 Un’ultima considerazione va fatta sul PRC. A me pare del tutto evidente che ogni possibilità di ripresa, sia della Federazione sia di una sinistra non omologata e rinunciataria, dipende in ultima analisi dal rafforzamento del PRC. Non si tratta di boria di partito. Il punto è che anche in queste elezioni, senza questa forza tutto sarebbe stato impossibile. Né credo all’ipotesi della Federazione come un processo di fusione. Non ho mai creduto alla semplificazione dei soggetti politici, a prescindere dalla loro base politico-culturale. La federazione è un insieme di soggetti che possono realizzare livelli di unità maggiori, anche considerevoli, ma che non ha allo stato attuale le basi per trasformarsi in partito unico. Il punto è che oggi il progetto di rilancio organizzativo, teorico e culturale del PRC non c’è. Pensare di tenere in campo migliaia di militanti, senza assumerlo, è una pura astrazione. Quando parlo di progetto intendo qualcosa di significativo, non un richiamo generico al consolidamento. Esso richiede che questo obiettivo sia posto come una priorità nell’agenda politica, che s’investano forze, che soprattutto si lavori a partire dalle organizzazioni di base, i circoli. Che se ne ridefiniscano i compiti, che li si attrezzino a reggere un’iniziativa sociale straordinaria, che si diano ai militanti strumenti di analisi e di interpretazione; che si ristrutturi il partito sulla base di principi autenticamente democratici, che la partecipazione sia una cosa vera, che le componenti tornino ad essere luoghi di riflessione ed elaborazione, anziché lobby finalizzate alla spartizione di cariche e ruoli. Un impegno gravoso, dunque, ma ineludibile.

Gianluigi Pegolo

Segreteria nazionale PRC

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23 commenti

  1. Sono d’ accordo su tutto, sia nel merito, che soprattutto nel metodo dell’ analisi, fatta non stando lì a guardare solo il terreno dei rapporti fra i partiti e della politica politicante, ma indagando le mancanze dal punto di vista dell’ iniziativa politica e della rappresentanza del conflitto sociale….

    A proposito del processo federativo, il caso che mi ha destato più sconcerto in queste elezioni è stato quello piemontese in cui, stipulando l’ alleanza elettorale, per privilegiare il lato “istituzionale” e puramente politicista della politica, si è abbandonato quello della lotta che, nel caso di specie, è quella importantissima contro lo scempio della Tav. Di conseguenza, il movimento No-tav ed i cittadini dei paesi interessati alla grande opera, avendo in dispregio il centrosinistra, hanno indirizzato il loro voto verso ill Movimento a 5 stelle. Ciò è drammatico non solo e non tanto per il danno elettorale arrecatoci, ma perchè si determina lo spostamento di un importante movimento di lotta che con audacia sta portando avanti la propria vertenza territoriale, verso una neutra apoliticità e si perde un’ occasione per diffondere quelle connessioni concettuali fra vertenze territoriali, lotte sociali ed ambientali che dovrebbero costituire il fulcro del nostro progetto di cambiamento radicale; si promuove, invece, la convinzione che rapppresentanza politica e vertenza sociale, ambientale, ecc siano cose del tutto distinte e separate, non consequenziali.
    Io ritengo inoltre, che Il fatto che succedano queste cose, cioè che si privilegi il rapporto con gli altri partiti o la tattica del frontismo contro le destre o la volontà di voler per forza eleggere, al rapporto con i soggetti sociali, costituisca la più grossa tara che va a scontare il processo di formazione della federazione e che potrebbe renderla un surrogato di un nuovo partitino. Nella suo progetto originario delineato nel luglio scorso, a meno che non avevo capito male, la federazione sarebbe dovuta essere un luogo per provare a fare sintesi proprio con quei movimenti, comitati e focolai di lotta di ogni tipo presenti nella società che agiscono in maniera diversa dai partiti e non si rivedono in essi, pur essendo portatori di istanze di cambiamento che, in ultima istanza, si possono considerare anticapitaliste. Se non si muove alcun passo in questa direzione, vale a dire nella creazione di rapporti con altri soggetti presenti nella società, si rischia di fare un’ operazione inutile o, peggio ancora, atta solo a salvare apparati istituzionalisti o degeneri.
    Detto questo, come ritieni esattamente si dovrebbe (o si sarebbe dovuto) procedere nel processo della costruzione della federazione? quali sono i “lacci” organizzativisti che rendono, a tuo parere, la federazione refrattaria all’ allargamento?
    Infine un’ altra domanda: in che cosa dovrebbe consistere questa offensiva unitaria per creare un cosiddetto “polo della sinistra”? In cosa dovrebbe concretizzarsi e a chi dovrebbe mirata all’ interno di Sinistra ecologia e libertà?

    Saluti comunisti

    • Caro Gio,

      cercherò di rispondere alle domande che mi poni.

      1) Cosa limita l’allargamento della Federazione? Astrattamente nulla, nella pratica molte cose. In realtà la federazione è nata non su basi politiche solide ma come accordo elettorale. Dopo Il disastro delle politiche e la scissione di SEL è parso logico a tutti convergere in una lista (con tanto di simbolo) comune. Non vi è in questo niente di strano ed anzi è stata una scelta obbligata, ma per l’appunto mossa da esigenze di sopravvivenza elettorale. Si sarebbe dovuto prendere atto di questo dato ed invece si è cominciato lavorare per una sua formalizzazione organizzativa, anche in assenza di un vero confronto di linea. Ne è risultato che si è dato vita (o meglio si sta dando vita) ad un soggetto chiuso con basi politiche modeste. L’assorbimento di altri soggetti nella federazione a questo punto non è facile. Perchè formazioni di sinistra dovrebbero “entrare” in un soggetto già definito? A maggior ragione se si tratta di movimenti o realtà organizzate nel sociale? E poi per quali obiettivi? Un accordo elettorale può consentire che si converga su una serie di proposte programmatiche senza necessariamente definire in tutto e per tutto un progetto organico, ma se si va oltre occorre affrontare una serie di nodi. Uno per tutti: siamo per ricostruire il centro sinistra o intendiamo restare autonomi dal PD? Personalmente – ma questo è noto, avendolo ripetuto pubblicamente e nelle riunioni del PRC -avrei proceduto in altro modo, tenendo aperto il percorso senza strette organzzative, aprendo un confronto puntuale sulla prospettiva e costruendo relazioni a sinistra,a partire dalle forze che condividono con noi una scelta antcapitalista, di autonomia dal PD e di rottura del bipolarismo. Avrei lavorato molto sull’unità d’azione, sul potenziamento della battaglia d opposizione, sulla costruzione di vertenze territoriali, sull’iniziativa sulla crisi, sull’appoggio ai movimenti di lotta. In poche parole, sarei partito dal sociale e dai contenuti per arrivare poi alla costruzione di una soggettività.

      2) Come costruire un polo della sinistra di alternativa? Valgono qui in larga misura gli orientamenti che sarebbero dovuti valere nella costruzione della Federazione, che ho illustrato prima. Per quanto riguarda Sinistra Ecologia e Libertà, in tutta onestà ritengo che il progetto di SEL per come è oggi non consente la convergenza in un polo di sinistra alternativa peruna ragione semplice che ho già sviluppato nell’articolo: perchè questa formazione si considera interna al centro-sinistra e opera come forza di complemento del PD. Naturalmente una iniziativa va sviluppata anche nei confronti di SEL, ma ho l’impressione che le convergenze possano determinarsi su singoli territori, non a livello nazionale, a meno che l’impostazione politica non cambi.

      Gianluigi Pegolo

      • Mah, io penso che un accenno di cammino unitario, una road map durante l’ estate scorsa andasse fatta, altrimenti, dopo la lista per le europee, il pdci sarebbe, ad esempio, fuggito sotto le ali del PD e socialismo 2000 si sarebbe magari lanciato in velleitari tentativi di unirci con sel oppure sarebbe rientrato in quella forza. Senza contare le pulsioni interne, sia quelle che “tirano” in direzione di sel, sia quelle che “tirano” in direzione di una fusione tout court col Pdci, che avrebbero dilaniato ancora di più il PRC in assenza di qualsiasi accenno ad un percorso unitario. Del resto, il manifesto non lascia dubbi sulla natura anticapitalista della federazione. I problemi veri, a mio parere, sono la definizione di una struttura eccessivamente “pesante” e chiusa che abbiamo nello statuto e le intervenute elezioni regionali, che hanno fatto prorompere tutte le pulsioni più istituzionaliste (se non poltronaie) di entrambi i partiti, che non sono state adeguatamente tenute a bada e che fanno fuggire a gambe levate chiunque sia interessato al processo unitario.
        A questo punto, a mio parere, l’ unica cosa da fare è, come dice Ramon Mantovani, lasciare davvero aperto il percorso, anche una volta che ci sia stato il congresso fondativo (fono ad allora, cmq, mi risulta che lo statuto sia modificabile), dando davvero l’ impressione che sia un nuovo inizio, non un tentativo di salvataggio estremo. Ciò presuppone che concretamente si lavori a stringere relazioni con soggetti di ispirazione sociale e con i partiti alla sinistra del PRC recuperando il tempo con queste regionali e cercando di non fare ulteriori danni alle amministrative dell’ anno prossimo. Naturalmente, se non la si fa finita con l’ istituzionalismo ed il continuismo non potrà fare nulla e la la costruzione della Federazione, così com’ era immaginata nel luglio scorso avrebbe potuto costituire un’ occasione, non un punto di arretramento da questo punto di vista.

  2. …ripartire dal basso,riaprire i circoli una vera partecipazione….è dai tempi della Conferenza di Organizzazione di Carrara che c’è lo diciamo,quando inizieremo a farlo veramente ?

    • Caro Deny,

      hai ragione, se ne parla sempre ma non lo si fa mai. Il punto è che ora non si può più aspettare. Consideriamo per l’appunto il risultato elettorale. Siamo d’accordo sul fatto che senza opposizione la destra è imbattibile? E allora chi la fa se non si è presenti sui territori, se non c’è qualcosa di organizzato che segue i problemi delle aziende in crisi, che sostiene il movimento della scuola, che si batte contro la manomissione dell’art.18?? E ancora, chi raccoglie le firme per i referendum su nucleare, acqua e precarietà? Quando il PRC era una realtà forte, tutto ciò era possibile, anche se i circoli non venivano adeguatamente seguiti ( grave errore fatto a suo tempo), ma ora? O si rimette mano all’organizzazione del partito o non vi è futuro. Faccio presente che mentre in passato avevamo una esposizione mediatica, garantita anche da alcune postazioni istituzionali (Parlamento in primis), oggi tutto questo non c’è più e la comunicazione passa per molti versi attraverso l’iniziativa sociale. Lo stesso si può dire per gli aspetti finanziari, rispetto ai quali la questione del’autofinanzamento non può più essere allegramente rimossa. E’ evidente che tutto ciò è possibile solo a due condizioni. La prima è che nella missione politica del PRC e della Federazione sia posto al primo punto la questione del radicamento sociale. La seconda è che le organizzazioni di base (i circoli) siano considerate centrali non solo nel lavoro concreto, ma anche nell’elaborazione della linea e che quindi la partecipazione da obiettivo proclamato diventi pratica concreta.

      Gianluigi Pegolo

  3. compagno Pegolo, è paradossale che si parli di dare importanza ai circoli e ai militanti quando si sono appena concluse delle elezioni nelle quali il pensiero dei militanti è stato volutamente e colpevolmente ignorato, calpestato e accusato di settarismo. Se la linea di Chianciano era ripartire in basso a sinistra, gli eventuali accordi programmatici con il Pd avrebbero dovuto essere le eccezioni, non la regola. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo creare un polo della sinistra anticapitalista che non può certo essere rappresentato dalla Federazione, ma neanche da Sel, che di anticapitalista non ha niente. Mettiamoci in testa che appoggiare il Pd serve solo a sparire: il sistema neoliberista dobbiamo combatterlo, e quindi non possiamo allearci con chi invece il neoliberismo lo appoggia, e appoggia un sistema controllato dai poteri forti, basato sulla censura e sulla corruzione. Per me il centrosinistra va combattuto allo stesso modo del centrodestra, perchè sono espressione di uno stesso modello socio-politico con il quale noi siamo del tutto incompatibili.

    • Caro Andrea,

      tu poni la questione dei rapporti con il PD. A me pare- ma l’ho ripetuto molte volte- che due linee siano impraticabili: quella degli accordi “mai” e quella degli accordi “sempre”. Perchè ambedue sono linee politiciste nel senso che rientrano entrambe nella sfera del politico senza tener conto dei contenuti sociali. Quella degli accordi “sempre” non tiene conto del fatto che le posizioni moderate del PD in molte circostanze non consentono accordi. Non credo vi sia bisogno di fare esempi perchè li conosciamo. Quella degli accordi “mai” è ugualmente insostenibile per diverse ragioni. La prima è che i tuoi elettori, la tua base sociale non si accontenta della tua proclamata alterità ma vuole che tu ti confronti sui contenuti. Quello che teme non è solo la tua compromissione ma anche la tua inutilità. Se un accordo elettorale è buono, nel senso che da risposte vere alle questioni sociali, lo si può fare, a maggior ragione se dall’altra parte si può affermare una destra filo-fascista.
      Sugli accordi fatti per le regionali si può naturalmente discutere sulla bontà delle scelte. Se il PD ha i limiti che sappiamo come mai 10 accordi su 13? Mi pare sia questa la tua obiezione fondamentale. La mia personale valutazione è che si sia fatto qualche accordo in più del necessario, ma che nel complesso il quadro non sia scandaloso. Sono convinto, altresì, che occorra più rigore sui contenuti. Il punto tuttavia è il seguente. Fin tanto che in termini di rapporti di forza non ci si consolida, alla fine si perde sempre. Perchè nell’un caso, per sfuggire alla tagliola del maggioritario, si fanno accordi anche dove non ve ne sono le condizioni , perdendo credibilità; nell’altro caso si sceglie -magari giustamente – di presentarsi autonomamente, ma la debolezza determina la tua emarginazione. Se non si costruisce un polo alternativo più forte dell’attuale Federazione non vi sono serie prospettive.

      Gianluigi Pegolo

  4. Molte riflessioni sicuramente utili e condivisibili, ma sorprende che in questa nota non ci sia nessun accenno alla QUESTIONE COMUNISTA, cioé la necessità e l’urgenza di costruire finalmente un PARTITO COMUNISTA unitario, forte e degno di questo nome nei simboli, nei contenuti, negli obiettivi, nelle pratiche, nelle lotte, nell’organizzazione e nelle persone. Come del resto sosteneva la mozione al congresso di Chianciano di cui il compagno Pegolo era tra i primi firmatari.
    Quello che bisogna fare non è tanto e non solo il rilancio del PRC, ma di un vero e proprio Partito Comunista che riunisca le compagne e i compagni comunisti in Italia. Non basterà certo questo per risolvere i nostri problemi e quello delle classi subalterne e sfruttate, ma senza di esso non arriveremo mai a nulla se non alla sparizione finale, tra diluimento nelle varie “sinistre” più o meno tali, la frammentazione in mille partitini e l’abbandono e il rigetto di tanti bravi militanti.

    • Cari compagni,

      anche in altri interventi sul mio articolo mi è stata posta la questione della costruzione del partito comunista e dell’unità dei comunisti. Vi ringrazio dell’opportunità che mi offrite di intervenire su una questione che considero decisiva. Quando la mozione tre affrontò, in occasione del congresso di Chianciano, il tema intendeva porre un problema di prima grandezza e cioè la necessità della costruzione di un partito comunista come cardine di una proposta di alternativa. L’evidente condizione di debolezza in cui si era venuto a trovare il PRC, dopo la sconfitta delle politiche, ma anche i tentativi espliciti della maggioranza di superare il partito per confluire nell’ “arcobaleno”, rendevano necessario formulare una proposta credibile per ridare una prospettiva ai comunisti. Di qui la necessità di accumulare forze, guardando ad altre formazioni comuniste e a soggetti anticapitalisti. Il punto che allora la mozione tre non chiarì più di tanto, e che per molti versi non poteva fare, era il come si doveva gestire questo processo. All’origine delle divisioni che poi si prodiussero nella mozione stava proprio questa questione irrisolta. Il punto fondamentale era se questa ricomposizione doveva avvenire sulla base della sommatoria di forze che si richiamavano ad alcuni riferimenti teorici e simboolici o se una tale convergenza dovesse fondarsi su un processo in cui linea politica e pratiche sociali dovevano confrontarsi per costruire una vera sintesi. Io ho sempre sostenuto questa seconda impostazione e ne sono oggi più convinto di ieri. Esistono, infatti, fra le forze che si richiamano al comunismo (e anche all’anticapitalismo) differenze reali che non possono essere superate con operazioni organizzativistiche. La ragione sta nel fatto che sotto la dizione comunista molto spesso convivono posizioni molto diverse. Si va da alcune posiazioni settarie a posizioni molto moderate. Qualcuno può pensare che queste differenze siano di poco conto o che il comune riferimento ideale ne consenta il facile superamento, ma non è così. Potrei citare una serie di esempi, ma ve ne pongo uno che mi pare attualmente sia decisivo. La nostra prospettiva ora , qui in Italia, è quella di ricostruire un centro sinistra e quindi accettare il bipolarismo o di mantenerci autonomi dal PD e puntare a scardinare lo stesso bipolarismo? Posso permettermi di sostenere che nel primo caso si finisce dritti dritti nella replica di SEL e nel secondo si tiene aperta una opzione alternativa, essenziale a maggior ragione per chi si dichiara comunista? Eppure su un nodo simile non è vero che fra i comunisti ci sia intesa, anzi. A mio avviso non c’è niente di peggio di una politica moderata all’ombra di un riferimento rivoluzionario. Per questo la costruzione di una unità dei comunisti non può avvenire sul piano banalmente organizzativo e deve partire almeno da una ispirazione. Quando sostengo che, lo si voglia o no, bisogna ripartire dalla Rifondazione Comunista come progetto intendo, non che il PRC debba essere autoreferenziale o che rifiuti un processo di confronto con le altre forze di ispirazione comunista, ma che se si vuole costruire un partito comunista degno di questo nome occorre conuigare alternatività “proclamata” ad alternatività “praticata”. Questo continua ad essere il nucleo ispiratore del PRC ( pur nei suoi evidenti limiti) e questo va salvaguardato.

      Gianluigi Pegolo

  5. Qualcuno ha fatto il calcolo che il premier amato dala maggioranza degli italiani è in realtà seguto da una percentuale degi italiani aventi dirtto a votare sotto il 15 %. Il dato esatto è inferiore. La domanda è dove sono fiiniti gli altri?
    Cosa nel PRC non ha funzionato ? C’è sempre la parola magica : partire dalla base. ma quando mai ? Non intendo fare un’analisi mi sembra che materale da riflettere ve ne sia tanto.

    • Caro Antonio,

      la tua è una bella domanda: cosa non ha funzionato nel PRC? La mia opinione è che non abbiano funzionato i suoi gruppi dirigenti, nonostante la generosità della sua base. Sia chiaro: non voglio fare del facile “basismo”, so bene che quando il PRC si costituì all’indomani della svolta occhettiana si avvalse di un corpo militante in cui i quadri erano pochi e ancora di più i dirigenti e che quindi vi erano debolezze reali. E, tuttavia, via era molto entusiasmo, una disponibilità vera della base e una domanda politica nel paese. Rispetto a queste condizioni di favore, dopo una prima fase certamente positiva, i gruppi dirigenti che si succedettero commisero molti errori, determinando il progressivo logoramento di un patrimonio cospicuo.Potrei citare tutta una serie di scelte sbagliate, un succedersi di sbandate ora movimentiste, ora governiste, ugualmente fallimentari, suggestioni nuoviste che si combinavano con le astuzie politiciste, per finire con lo scioglimento nell’arcobaleno. E’ vero, di materiale ce n’è tanto su cui riflettere.

      Gianluigi Pegolo

  6. compagno Pegolo,
    condivido la tua analisi del voto e le indicazioni sul “che fare” per il dopo. Certo che le difficoltà sono enormi, e lo dico partendo da un osservatorio “privilegiato”quale è quello di Carrara dove in qualche maniera abbiamo parato il colpo. Lo si è dovuto a vari fattori come la scelta di un candidato locale giusto ed al lavoro di tanti compagni in un porta a porta estenuante dove ci siamo beccati anche tante porte in faccia. Noi siamo penalizzati in primis dall’antipolitica che ha portato all’astensione di metà degli aventi diritto al voto e, questo in una terra di forti tradizioni di sinistra, ha toccato anche le ns fila. Cercheremo di fare meglio in futuro con la presenza costante dove si sviluppano lotte sociali e favorendo proselitismo tra i giovani a partire dalla campagna di tesseramento. Ora però dato il mio cattivo carattere un sassolino dalle scarpe me lo voglio togliere e cioè : era proprio necessario mandare al massacro in quel di Napoli il compagno Ferrero quando si vocifera che in quelle splendide terre il candidato deve parlare la lingua napoletana? Un qualsiasi candidato del posto avrebbe preso più voti del ns segretario a quanto mi dicono compagni campani. Non la prendo per buona ma se fosse vero ecco allora la dimostrazione lampante della ns estraneità rispetto al territorio. Questo a prescindere dalla scelta di correre da soli che trovo giustissima. Non voglio polemizzare ulteriormente ma saluto augurando a tutti noi buon lavoro e soprattutto buona fortuna.
    Beniamino

    • Caro Beniamino,

      anch’io ho espresso riserve sulla scelta di candidare il compagno Ferrero in Campania, tuttavia per onestà va anche detto che nessun altro leader della Federazione della sinistra ha accettato la candidatura, di fronte ad una esplicita richiesta in questo senso che proveniva dai territori. Inoltre, devo anche riconoscere che la candidatura di Ferrero un merito l’ha avuta, ha tenuto unito il partito e la Federazione della Campania, perchè tutto si poteva fare ma non chiedere ai compagni di quella regione di sostenere uno scontro prevedibilmente molto difficile, senza che gli organismni dirigenti nazionali fossero pienamente coinvolti.

      Gianluigi Pegolo

  7. Purtroppo queste riflessioni danno il senso dello stato in cui si trova il nostro partito e sono la spiegazione del nostro fallimento elettorale. Io sono un ex segretario di federazione. Alcuni anni fa ho avuto modo di “confrontarmi” proprio con Pegolo ed altri nostri dirigenti Nazionali quando si è trattato di decidere di alleanze elettorali. Purtroppo da parte vostra vi era una sola musica, fare le alleanze con il centro-sinistra comunque, tappandosi naso, occhi ed orecchie per il cosiddetto voto utile. Beh, io ero uno di quelli che sosteneva che se le alleanze si dovevano fare, queste dovevano essere solo ed unicamente sui contenuti, condizionandole ad un superamento del bipolarismo, chiedendo che in cambio del nostro appoggio, il centro sinistra doveva impegnarsi, una volta al governo di modificare questa aberrante legge elettorale che non ha nulla di democratico, a nessun livello, dal governo alle amministrazioni comunali.
    Partire dal basso? Ma con chi, vi rendete conto che avete distrutto il Partito?
    Occorre ricostruirlo il Partito.
    Nelle democrazie più evolute i dirigenti, quando falliscono si dimettono. Questo vale per il nostro Partito e per tutto il Centro sinistra. E’ da qui che occorre ripartire. Tutto il resto sono chiacchiere.

  8. condivido punto su punto.

  9. “1 La prima questione, essenziale, è l’interpretazione del successo del centro-destra ( perché di questo si tratta). Non si è trattato di un successo in termini di voti ( perché semmai vi è stata una flessione), quanto della straordinaria capacità di tenuta elettorale, pur in una situazione quanto mai sfavorevole, che ha consentito allo stesso centro-destra di conservare la propria forza .”

    Non capisco.Mi sembra un analisi completamente sballata.
    Il pdl in un anno perde 3.202.815 voti e in due anni ne perde 5.081.706. La lega rispettivamente 200.000 e 100.000.
    Anche aggiungendo una parte consistente dei 1.642.845 la perdita di consensi è stata catastrofica (altro che flessione). “capacità di tenuta elettorale” ? Sinceramente non capisco.
    Sbagliare l’analisi sul primo punto, anche le considerazioni su gli altri nove punti non corrispondono ai compiti che abbiamo di fronte. Infatti la questione cmunista in tanto scritto non trova nessuno spazio.

    • Caro Bacciardi,

      si sa, i numeri si possono leggere in tanti modi, così come le affermazioni altrui. Se poi si cerca la polemica è ancora più facile. Le cifre che richiami sono vere, ma dimentichi di riportare anche quelle del centro sinistra. Per esempio, il calo di più di un milione di voti del PD dalle europee alle regionali di quest’anno, o ancora il mezzo milione di voti che perde nello stesso periodo l’Italia dei Valori o, ancora, i circa 300.000 voti che perde la Federazione. Quando parlo di tenuta elettorale, mi riferisco ovviamente al dato politico, che vede per l’appunto il centro-destra, in una condizione particolarmente sfavorevole, subire una flessione in voti assoluti non sostanzialmente dissimile da quella del centro-sinistra, non subendo l’effetto astensione nello stesso modo che in Francia. Tutto qui, ma sei perfettamente in grado di capirlo da solo.

      Gianluigi Pegolo

      • Scusa Pegolo se insisto. In discussione non è il disastro del Pd e soprattutto della federazione. Qui si tratta di capire il consenso al PDL e quindi a Berlusconi. Questo consenso nel paese si è ridotto e quindi se operiamo bene possiamo mandarlo a casa prima delle elezioni. Parlare di alleanze elettorali oggi significa accettare che l’unico modo per battere Berluscuni siano le elezioni.
        Non è così, Berlusconi ha meno consenso nel paese e quindi possiamo farlo cadere in altri modi. (da altre parti del mondo ciò accade).
        Se si accetta ciò allora la discussione sul che fare , sul PD e soprattutto su di noi (principalemte la funzione comunista) può diventare significativa. Come vedi non c’è nessun atteggiamento polemico ma ricerca del tema da mettere all’ordine del giorno.

  10. Caro Bacciardi, ahimè, si legge sempre il rigo che si tende a sottolineare, ma l’articolo, anzi il documento di Gianluigi, inquadra un’altro aspetto, meno numerico e più politico della situazione, e cioè la reazione di gran parte del gruppo dirigente della federazione a questa sconfitta, e l’ennesima virata che ci porterà a passare dall’unità dei comunisti ad un nuovo corso di alleanze di centro sinistra per la patria e la democrazia. L’ennesima capriola, vorrei sottolinearti la parte finale dell’articolo, nella speranza di finire comunisti da tastiera ma alzare quel poco di voce rimasta.

    “Che se ne ridefiniscano i compiti, che li si attrezzino a reggere un’iniziativa sociale straordinaria, che si diano ai militanti strumenti di analisi e di interpretazione; che si ristrutturi il partito sulla base di principi autenticamente democratici, che la partecipazione sia una cosa vera, che le componenti tornino ad essere luoghi di riflessione ed elaborazione, anziché lobby finalizzate alla spartizione di cariche e ruoli. Un impegno gravoso, dunque, ma ineludibile.”

  11. Solo 2 parole….RIUNIAMOCI CON VENDOLA e mettiamolo alla guida del nuovo soggetto politico. Diversamente non sopravviveremo….
    Saluti Comunisti

  12. Caro Emiliano ti invito a leggere la precisazione che ho fatto ulteriormente a Pegolo e ti accorgerai che le argomentazioni che ho introddo non vogliono essere strumentali e tantomeno polemiche ma cercano di leggere i dati in modo (per me giusto) da individuare una strada che se applicata traglia fuori tutto quel politichese che non sa altro che usare i dati per spostare sempre più a destra l’esperienza dei comunisti. Come vedi sono interessato a ciò che tu dici. Non mi bastano però affermazioni metodologiche del tipo …c’è bisogno di…. simili a quelle che tu riporti.

  13. Per Emiliano.
    Tiinvito a leggere la precisazione che ho fatto ulteriormente a Pegolo e ti accorgerai che le argomentazioni che ho introddo non vogliono essere strumentali e tantomeno polemiche ma cercano di leggere i dati in modo (per me giusto) da individuare una strada che se applicata traglia fuori tutto quel politichese che non sa altro che usare i dati per spostare sempre più a destra l’esperienza dei comunisti. Come vedi sono interessato a ciò che tu dici. Non mi bastano però affermazioni metodologiche del tipo …c’è bisogno di…. simili a quelle che tu riporti.

  14. Il dramma è che oggi, caro Baccio, attaccare il quartier generale, a naso, naturalmente il mio, vuol significare spostare ancora più a destra la politica di quel poco che rimane di organizzato. Per capirci meglio….. i dati elettorali sono disastrosi cambiamo rotta ma per ripartire e soprovvivere l’unica rotta sono le alleanze con il centro sinistra. Analizzare la sconfitta è un conto osannarla significa spostare quest’asse a destra, una rivoluzione culturale al contrario. Il documento di Pegolo e la risposta, dello stsso Gianluigi all’articolo di Grassi, è l’unico modo per uscirne da sinistra e da comunisti. un abbraccio e un augurio.


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