LA MANIFESTAZIONE DEL 16 OTTOBRE E I NOSTRI COMPITI

GLI INSEGNAMENTI DELLA MANIFESTAZIONE

Riprendo oggi dopo alcuni mesi di pausa, dovuti a ragioni di impegno, a scrivere su questo blog e lo faccio all’indomani della straordinaria manifestazione del 16 ottobre che a mio avviso rappresenta un vero e proprio punto di svolta. E’ mia convinzione che solo cogliendo il valore e gli insegnamenti di questo “evento” ( perché di questo si è trattato) è possibile affrontare le difficoltà in cui si dibatte la sinistra e al suo interno il nostro stesso partito, Rifondazione comunista.A me pare che tre siano gli insegnamenti fondamentali che ci consegna quella manifestazione:1. L’opposizione è possibile. E questo non più solo perché vi sono proteste sociali diffuse, ma perché è sceso in campo un soggetto sindacale –la FIOM -che assumendo una posizione autonoma, conflittuale e non concertativa, costituisce un referente generale per quelle proteste. Siamo in presenza, cioè, del formarsi (una volta si sarebbe detto così) di una “egemonia operaia”, un’egemonia riconosciuta dai vari soggetti. Questo dato offre la possibilità della costruzione di uno schieramento ampio e apre contraddizioni positive a livello sindacale, in primo luogo nella CGIL, oltre che a livello politico.
2. Rispetto a questo schieramento in formazione e alla conflittualità che esprime balza agli occhi l’estraneità – se non l’ostilità – del principale partito di opposizione, il PD. Questa assenza non è casuale, essa mette in risalto le contraddizioni di natura politica ( e sociale) che percorrono quel partito e che attengono, oltre che alle culture politiche che lo animano, ai riferimenti sociali che assume. Ma ci dice anche della difficoltà che incontra una battaglia di opposizione se non emergono altri soggetti politici. 3. Noi ( e mi riferisco a Rifondazione comunista e alle forze che convergono nella FDS) possiamo essere il referente politico di questo movimento. Lo dimostra la partecipazione nettamente maggioritaria fra le forze politiche che hanno sostenuto quella manifestazione, ma – lo sottolineo – si tratta di una potenzialità non scontata, che dipenderà dalle scelte che faremo. Questi tre insegnamenti mi conducono ad un’altra conclusione: una sinistra di alternativa autonoma dal PD è possibile oltre che indispensabile ma, attenzione, questa sinistra o avrà una forte connotazione sociale o non sarà, perché oggi la spinta viene molto dai soggetti sociali e poco da quelli politici, in larga misura essendo questi ultimi, oltre che fragili, anche inadeguati. E tuttavia, se non vi è un salto di qualità nella sinistra politica, e in particolare in quella rappresentata dalle forze della Federazione della Sinistra, difficilmente la sinistra di alternativa si affermerà come soggetto autonomo e capace di incidere sul piano politico.

I LIMITI DIMOSTRATI DALLA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA
Occorre allora entrare nel merito del ruolo della FdS e al suo interno del PRC. La mia opinione è che il progetto della Federazione abbia presentato e presenti limiti evidenti. Come già sottolineavo in un articolo precedente pubblicato su questo blog, che un accordo di tipo elettorale fosse indispensabile dopo le elezioni europee, data anche l’oggettiva debolezza delle forze che concorrono a formare la Federazione della Sinistra, era scontato. Il punto, tuttavia, è che il profilo politico che è venuta assumendo la Federazione e’risultato inadeguato, col risultato che i consensi si sono ristretti anziché ampliarsi. Io credo che i limiti siano stati i seguenti:1. Il primo è il privilegio accordato nell’iniziativa al momento politico-elettorale, come dimensione totalizzante dell’azione politica. Ciò ha significato, per esempio, l’assunzione della proposta (condivisibile) dell’unità democratica, e cioè dell’alleanza elettorale per battere Berlusconi, come elemento non solo “necessario”, ma anche “sufficiente” a ricostruire un’identità. L’opzione frontista, insomma, ha cancellato la necessità di darsi una forte caratterizzazione autonoma, capace di esaltare gli elementi di alternatività. Senza contare che in alcune posizioni presenti nella Federazione questa impostazione è slittato verso la riproposizione di scorciatoie governiste, abbastanza evidenti – a me pare – nelle reiterate richieste di concorrere alla costruzione di un comune programma di governo con il centro sinistra.2. Queste torsioni politiciste hanno ovviamente comportato una scarsa attenzione alla dimensione sociale, sia dal punto di vista della costruzione del consenso, sia dal punto di vista della costruzione di uno schieramento sociale (anche se il PRC come partito ha tentato in qualche modo di rispondere a questa necessità). Un disinteresse che ha comportato l’incapacità a cogliere i cambiamenti in atto, la sottovalutazione, nel congresso CGIL, della battaglia condotta dalla FIOM e un impegno inadeguato sui territori e nelle vertenze locali. Col risultato che si è perduta un’occasione straordinaria, a maggior ragione in una fase di crisi, di caratterizzarsi come forza in grado di raccogliere la protesta sociale.
3. Infine, l’attenzione spasmodica posta nella FdS alla ricerca degli equilibri, con un dibattito fortemente orientato sugli organigrammi e sulle rappresentanze istituzionali, non solo ha sottratto molte energie che avrebbero potuto essere spese molto meglio nell’iniziativa politica e sociale, ma ha contribuito anche a dare della FdS l’immagine di una formazione politica chiusa in sé, una sorta di partito in formazione che ha determinato due effetti paralleli: da un lato, ha creato fibrillazioni all’interno delle forze che vi fanno riferimento per l’incertezza suscitata sul destino di ciascuna di esse e, dall’altro, ha ingenerato all’esterno l’idea di un processo chiuso, demotivando la partecipazione di altri soggetti.
Da questi limiti, a mio avviso, deriva un profilo non sufficientemente caratterizzato e un consenso inadeguato. Non meraviglia, allora, che a sinistra tendano ad affermarsi opzioni che cavalcando l’antipolitica o il plebiscitarismo delle primarie riescano a polarizzare consensi, giovandosi anche delle nostre debolezze.  Il problema allora è quello di affrontare di petto la situazione per individuare il profilo politico che deve darsi la Federazione.

ALCUNE PROPOSTE VELLEITARIE

Nel dibattito apertosi nella Federazione, nel partito e anche in altri soggetti esterni, cominciano a fare capolino alcune ipotesi politiche, che rappresentano, a mio avviso, delle scorciatoie non condivisibili.  Per sinteticità le esporrò per punti:
1. Una prima opzione è quella di costruire un’intesa con SEL. È una proposta che circola da molto tempo. Prevede la costruzione di liste unitarie alle prossime politiche ( è la proposta di Diliberto), il sostegno alle primarie della candidatura di Vendola (sostenuta da Diliberto ma anche da alcuni settori interni al PRC), l’allargamento della Federazione alla stessa SEL o, addirittura, la fusione con SEL. Ipotesi quest’ultima che nessuno apparentemente sostiene, ma alla quale alcuni pensano. A me pare che questa opzione sia in larga misura velleitaria e spiego perché. Il valore aggiunto di SEL, la sua carta (unica) da giocare è la competizione con il PD da una collocazione interna al centro sinistra, giocata sulla figura di Vendola, esaltata dalla partecipazione alle primarie. Questa linea non ha niente a che fare con la nostra proposta di costruire una sinistra di alternativa autonoma dal PD, né tantomeno si pone nell’ottica di superare il bipolarismo. L’opzione vendoliana muove invece da un approccio plebiscitario, fortemente populista e dichiaratamente governista e ha come orizzonte una ricostruzione del centro sinistra su un modello americaneggiante. Non a caso trova molti punti di contatto, nel PD, con l’area Veltroni. C’è qualcuno che seriamente può pensare che si possa costruire con SEL un rapporto strategico o addirittura la convergenza in un nuovo soggetto politico? Peraltro, le risposte che sono giunte da SEL in merito alle profferte unitarie sono state tutte molto vaghe, quando non sono state esplicitamente negative. Allo stato attuale, quindi, con SEL sono possibili convergenze molto circoscritte, in presenza di prospettive strategiche diverse.
2. La seconda opzione è quella rilanciata sempre da Diliberto, ma non solo, dell’unificazione con il PDCI per dar vita ad un nuovo partito comunista. Questa ipotesi implica, ovviamente, lo scioglimento di fatto della FdS, dato che lo squilibrio che verrebbe a determinarsi al suo interno non consentirebbe di mantenerla in piedi. Il problema di questa proposta è che essa dà per scontato un elemento che scontato non è e cioè che, data la comune origine e il comune riferimento (il comunismo), queste due forze siano facilmente integrabili. E invece non è così perché i limiti in cui è incorsa la Fds derivano, in primo luogo, dalla necessità di realizzare compromessi proprio per comporre le differenze esistenti fra queste forze. Un’unificazione forzata, quindi, non determinerebbe, come alcuni pensano, un nuovo entusiasmo e l’affluenza di soggetti comunisti diffusi nella società, ma aprirebbe nuovi problemi, con la possibilità di nuove diaspore. Inoltre, dato che le differenze attengono in larga misura alla possibilità della ricostruzione del centro-sinistra e di una prospettiva di governo, è evidente che una simile fusione, se dovesse esserci, implicherebbe una svolta di linea in senso moderato. L’unica proposta che mi sembra credibile resta quella di rilanciare il progetto della rifondazione comunista come ricerca di contenuti e pratiche innovative di un’opzione comunista, intorno a cui polarizzare forze, in un processo di disarticolazione e riarticolazione.

L’INSUFFICIENZA DEL CONTINUISMO

Non credo che da proposte di questo genere possa venire dunque la soluzione dei nostri problemi. Si tratta di scorciatoie, elaborate a prescindere dalla realtà dei fatti e come tali prive di reali possibilità. La soluzione, tuttavia, non può venire neppure dal puro continuismo e cioè dalla riproposizione della Federazione così come è, magari tentando di forzarne le regole di funzionamento interno per ottenere un’unificazione organizzativa, in assenza di possibilità di un’unificazione politica. Quale è allora la strada da imboccare?
A me pare che occorra prendere atto che l’attuale FdS è inadeguata e che il problema fondamentale è quello della costruzione di un polo della sinistra di alternativa autonomo e alternativo dal PD. Questo significa che l’attuale Fds non basta. Né credo, in tutta onestà, che essa possa dilatarsi per incorporazioni successive. Questo presupporrebbe che esistano soggetti disposti a farsi cooptare, cosa non facile. La Fds deve quindi costruire intorno a sé un sistema di alleanze politiche e sociali che scontino anche la possibilità di soluzioni organizzative e politiche originali. Questo polo può coinvolgere forze politiche e sociali (e da questo punto di vista è giusto mantenere un’offensiva unitaria a sinistra), ma a me pare che le potenzialità maggiori stiano in queste ultime. La manifestazione del 16 in questo ci da degli insegnamenti e suscita speranze. Sappiamo, tuttavia, che le relazioni con le forze sociali non sono assimilabili a quelle con le forze politiche. Il terreno decisivo è quello della convergenza sui contenuti e sulle pratiche sociali. Questo approccio, rigoroso sui contenuti, molto legato al conflitto e con una forte propensione a costruire relazioni coi soggetti sociali, è anche l’unico modo per sciogliere le ambiguità nella sinistra politica. Ciò vale per il rapporto con SEL, ma anche con IdV, Verdi, PCL, SC. E’ solo per questa via che si può riuscire a smuovere qualcosa sul piano politico.
La costruzione di questo polo implica l’abbandono del politicismo e la ricollocazione della Fds in un rapporto diretto con la società. Questo significa: meno discussioni su organigrammi, statuti e composizione delle rappresentanze istituzionali e più costruzione di proposte per il paese, organizzazione di campagne, promozione di vertenze. Ma significa anche un diverso approccio alla questione decisiva del governo, non sottovalutandola, ma riportandola nella giusta prospettiva. Che è quella di un governo per la trasformazione sociale, per la gestione di politiche adeguate agli interessi che si vogliono rappresentare. Per questo occorre limpidezza e rigore. La partecipazione al governo, ai governi di qualsiasi livello, è subordinata alla possibilità della trasformazione, non può essere teorizzata come puro espediente per trovare una rilegittimazione. E’ per questo che un nostro coinvolgimento in un governo di centro sinistra non è possibile, è possibile un accordo circoscritto, non un accordo organico. Ed è per questo che pur non essendo disinteressati a quale potrebbe essere l’indirizzo di un nuovo governo di centro-sinistra non ha alcun senso che oggi la FdS si metta a partecipare alle primarie come alcuni vorrebbero. Non sarebbe curioso che chi non intende entrare in un governo partecipi alla designazione del futuro leader?

ALCUNI COMPITI IMMEDIATI

Che fare, da subito, per muoversi in questa direzione?Io vedo alcune urgenze. In primo luogo, occorre rendere visibile una proposta programmatica per rispondere alle urgenze sociali poste dalla crisi e su questa costruire una campagna nel paese. I temi non sono nuovi, il punto è che alcuni sono decisivi per parlare ad una sinistra di opposizione alla ricerca di referenti politici. Penso alla pubblicizzazione dell’acqua, alla lotta alla precarietà, alla difesa del lavoro (dal blocco dei licenziamenti, alla difesa dei diritti sui luoghi di lavoro, ad una nuova legge sulla rappresentanza). Questi contenuti debbono costruire una connessione con i soggetti che si muovono nella società, anche se non esauriscono una piattaforma di iniziativa.
La seconda è quella di dare continuità a questa opposizione sociale non omologata e concertativa che si è espressa nella manifestazione del 16 ottobre. Per farlo occorre che quei contenuti siano oggi ripresi a livello locale. La proposta di comitato 16 ottobre è interessante e va praticata da subito, ma con alcune attenzioni. E’ fondamentale che il tema del lavoro, del reddito e le grandi questioni sociali, costituiscano i riferimenti programmatici; che nei comitati prevalga il fare sull’estenuante dibattito politico e quindi l’individuazione delle azioni concrete e che alcuni referenti sociali conservino il loro ruolo fondamentale, la FIOM in primis, ma non solo.
La terza è che questo nuovo schieramento contribuisca alla ricostruzione del sindacalismo di classe nel paese. La generalizzazione delle lotte, la loro unificazione in un grande sciopero generale implica in primo luogo, l’unità nell’azione di tutte le componenti di classe confederali e di base. La grande questione che si pone è quella in primis della ricollocazione della CGIL in una prospettiva non concertativa. Un partito non può entrare a gamba tesa nel dibattito di un sindacato, ma non ne può essere disinteressato. E’ interesse di tutti che vi sia una riarticolazione di posizioni all’interno della CGIL. Su questo nodo il tema non può essere rimosso nella FdS.
La quarta è l’attivazione di un processo anche nelle future competizioni elettorali amministrative. Il nostro compito deve essere quello di far emergere anche in tali consultazioni una sinistra di alternativa. Non è un progetto facile, tutt’altro. La Fds deve farsi carico della proposta di liste unitarie ai soggetti che si riconoscono in questa prospettiva. In questa operazione occorre avere bene attenzione a che i soggetti locali che hanno partecipato alla manifestazione del 16 ottobre siano coinvolti nella costruzione delle piattaforme programmatiche e nelle scelte politiche locali. E’ a partire da questi raggruppamenti su programmi qualificati che occorre reggere il confronto con il PD locale, per vincerne resistenze, per modificarne posizioni, ma senza subalternità e senza vincolarsi ad alleanze preventive.
La quinta riguarda il congresso della Federazione. Su questo congresso pesa la ritualità di un appuntamento imposto prima dei congressi delle singole forze politiche, per ragioni di propaganda. Inoltre, per le modalità concrete con cui è stato costruito, esso rischia di diventare un esercizio plebiscitario. Tre, allora, sono le questioni dirimenti. La prima, non scontata, è che in questo congresso si affrontino i limiti evidenti di quell’esperienza, a partire dalla necessità dell’abbandono di ogni approccio politicista, la seconda che per quanto riguarda il modello organizzativo si prenda finalmente atto che non esistono scorciatoie fusioniste e che bisogna rispettare l’autonomia delle singole forze politiche e, infine, la terza, che si assuma la costruzione di una sinistra di alternativa autonoma dal PD e protagonista del conflitto sociale, come obiettivo centrale, non risolvibile nella semplice costituzione della Federazione.

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4 commenti

  1. Una piccola aggiunta. Quando si parla di rafforzare il sindacalismo di classe, si nomina solo la CGIL. Vorrei dire (pedr espereinza diretta nella nostra situazione) che il sindacalismo di base (USB) deve avere la stessa dignità. Ci sono zone in cui la IFIOM è assolutamente in coda rispetto alle lotte.

    • Caro Alberto,

      hai perfettamente ragione. Non era tuttavia mia intenzione mettere da parte il sindacalismo di base. Quando ho accennato ad un sindacalismo “di classe” intendevo una presenza sindacale non omologata e non concertativa che allo stato attuale è rappresentata in Italia da alcuni settori della CGIL e dei sindacati di base. Il Riferimento alla CGIL era d’obbligo per affrontare il tema che mi pare assolutamente decisivo e cioè se siamo in grado, con una battaglia politica, di modificare linee e comportamenti del principale sindacato italiano. Non so se sarà possibile, ma siccome nella CGIL vi sono pezzi importanti che pur collocandosi nella sinistra sindacale hanno condiviso la linea maggioritaria, mi pare necessario porre anche a loro e non solo a loro la necessità di prendere atto che una strategia concertativa non ha basi, che bisogna ricostruire una iniziativa autonoma e in questo senso andare verso lo sciopero generale.

      Gianluigi Pegolo

  2. Ancora una volta si dimenticano le battaglie per i “diritti civili”: Non solo uguaglianza di diritti tra etero, omo e trans sessuali ma difesa delle battaglie delle donne su: Ru, Consultori, centri antiviolenza ecc, battaglie per la laicità dello stato (finanziamenti a scuole private, ora di religione, privilegi della Chiesa cattolica,..)Il diritto allo studio, alla salute, all’infanzia e ad una vecchiaia umane.Il tema del testamento biologico e quello della “fecondazione assistita”. Insomma, come diceva qualcuno “Non di solo pane vive l’uomo”(e nemmeno la donna!)
    La sfida che ci compete è globale ed ha a che fare con la vita intera.
    Mi sembra riduttivo, per noi marxisti, fermarci ai temi economici, pur cruciali.
    Nella nostra società c’è bisogno di un “Rinnovamento morale”
    La qualità della vita ha a che fare con un reddito minimo per vivere ma se non sappiamo collegare a tutto ciò i temi dell’ambiente, dei consumi, della relazione tra i generi, culture, religioni ecc non andiamo da nessuna parte.

    • Cara Anita,

      Forse ho sbagliato a non fare un riferimento esplicito alla questione dei diritti civili. Il motivo è che mi sono concentrato su alcune partite in corso con particolare riferimento ad alcuni movimenti. La mia non voleva essere una scelta di valore, considerando la questione dei diritti civili come un tema di minore importanza. Quello che mi interessa però dirti è che io sono del tutto d’accordo con quello che hai scritto, e in particolare su una visione dei bisogni molto più ampia di quella tradizionalmente assunta dalla sinistra. Altre volte mi sono espresso su questi temi con chiarezza.

      Gianluigi


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