IL CAMBIO DI PASSO NON PIU’ RINVIABILE

di Gianluigi Pegolo

Mentre si stanno svolgendo i congressi della Federazione della Sinistra occorre interrogarsi sull’efficacia della linea fin qui seguita. Partiamo da una constatazione, purtroppo non incoraggiante. Dalle elezioni europee in poi la FdS ha perso consensi elettorali. Appellarsi al black out dei mass media non è sufficiente. A me pare che la spiegazione più credibile stia nel suo profilo non convincente e, in particolare, in un surplus di politicismo che, di fatto, ne ha ridimensionato il profilo alternativo.
Non mi riferisco tanto alla proposta dell’alleanza democratica per battere Berlusconi. In una situazione di emergenza politica e sociale è in sé ragionevole sostenere una simile proposta. Il problema è più generale. Esso sta nella centralità assunta, prima ancora che nel dibattito interno, nella pratica concreta, del momento elettorale a scapito di un intervento sociale significativo e della tendenza, per  conseguire l’obiettivo delle alleanze elettorali, a moderare le posizioni e a rendere vaghe le differenze. Ne è un esempio emblematico la “retorica dell’unità” che ha contraddistinto gli interventi pubblici di alcuni dirigenti della FdS, in un afflato frontista dietro al quale sono spesso scomparsi gli elementi distintivi che dovrebbero caratterizzarci, rispetto al PD, ma anche ad altre forze di sinistra, SEL in primis.
Il paradosso è  che in questi mesi, mentre imperversava nelle nostre fila l’appello all’unità, altri ( dall’IdV allo stesso Vendola), hanno puntato (anche con molta spregiudicatezza) sulla loro diversità, in primo luogo rispetto al PD. Non si può disconoscere che questa impostazione mirata più alla differenziazione  che alla ricerca degli elementi di unità abbia pagato in termini di consensi molto di più. Ma veniamo al nuovo scenario che si sta aprendo e che a mio parere rende ancora più urgente questa correzione di linea.
Benché la situazione politica sia in continuo cambiamento è ormai abbastanza evidente che la crisi in cui si dibatte il centro-destra difficilmente aprirà la strada a elezioni anticipate. Lo scenario di gran lunga prevedibile è il passaggio, in caso di crisi, a un governo tecnico o di larghe intese, come lo si voglia chiamare. Esso dovrebbe coinvolgere settori del centro destra, del centro e della sinistra moderata. Un governo non breve e non concentrato solo sulla legge elettorale, ma con un suo programma, seppure minimo, che comprenderebbe scelte di politica economica e probabilmente anche misure sull’assetto istituzionale ( il federalismo fiscale, in primo luogo). Per questo si parla di “governo di transizione”.
Appare anche abbastanza chiaro che dietro a questa operazione non vi sono solo alcune forze politiche intenzionate a liquidare Berlusconi, ma anche forze economiche e sociali, insomma un pezzo non irrilevante di poteri forti. Nessuno può illudersi sulle conseguenze sociali di un simile esperimento. Le conseguenze più probabili sono una linea di politica economica ossequiosa verso gli orientamenti liberisti e monetaristi dell’UE e supportata da un disegno neo concertativo  (o forse, per meglio dire, neo corporativo) nelle relazioni sociali che mortificherebbe il conflitto sociale. Questo scenario inquietante costituisce, pertanto, il quadro di riferimento probabile con cui avremo a che fare. Ma ciò costringe ancora di più a una correzione di rotta della FdS. Ciò vale in particolare su tre questioni decisive.
1.      La prima riguarda il rapporto con il centro sinistra e, in particolare, con il PD. Mi pare abbastanza evidente che senza una forte caratterizzazione e un’esplicita differenziazione sia arduo recuperare consensi. Nel caso si giungesse a un governo tecnico del tipo di cui ho detto, sarebbe ancora più necessario ribadire non solo la nostra autonomia ma la nostra opposizione. Ma in questo caso cosa resterebbe della parola d’ordine dell’alleanza democratica, proposta sorta come risposta all’esigenza di concorrere nelle elezioni anticipate alla sconfitta di Berlusconi? Cosa resterebbe, a maggior ragione se la stessa legge elettorale venisse modificata e liberata dall’orrore del premio di maggioranza? Stiamo discutendo di possibilità, non di certezze, ma di possibilità molto concrete. In ogni caso non mi pare vi possano essere dubbi: se la FdS non recupera da subito una forte caratterizzazione autonoma, se non si ricolloca nel conflitto sociale, se non punta a un recupero di consensi anche rischiando tensioni sul piano delle relazioni politiche a sinistra, corre il rischio di vedere calare i propri consensi e, alla fine, di essere penalizzata anche elettoralmente. Qualcuno obietta che non si può rinunciare all’obiettivo della cacciata di Berlusconi e questo implica l’alleanza con la sinistra moderata. Rispondo che l’alleanza con la sinistra moderata si rende indispensabile solo in presenza di certi meccanismi elettorali e, in ogni caso, ciò non giustifica comunque il ridimensionamento della propria autonomia politica. 2.      La seconda questione decisiva riguarda il movimento di massa. La FdS ha sempre rivendicato il suo appoggio al movimento di massa, ma fino a che punto a queste enunciazioni ha corrisposto un impegno vero sui territori? Se si eccettua il contributo reale dato di recente alla manifestazione del 16 ottobre, in precedenza un’iniziativa articolata sulla crisi e sulle altre questioni socialmente rilevanti è venuta parzialmente dal PRC, ma limitatamente dalla FdS, in quanto tale. Il punto sul quale però vorrei richiamare l’attenzione è quello della qualità che dovrebbe possedere il movimento di massa e gli ostacoli che esso incontra. La qualità è quella che si coglie nella manifestazione del 16. Un movimento che assume il lavoro come elemento centrale, ma che vede la partecipazione attiva di un’ampia gamma di soggetti, dai lavoratori della scuola e del pubblico impiego, ai protagonisti delle battaglie sui  diritti civili, a quanti si sono mobilitati in difesa della democrazia, che si muove su una linea autonoma e non concertativa. La Fiom ha avuto il grande merito di dare a tale movimento un riferimento chiaro e forte. L’evoluzione della  situazione politica e in particolare le sirene sempre più forti della concertazione ( delle quali la CGIL, nella sua maggioranza,  sembra incline a subire il richiamo) costituiscono gravi minacce per questo movimento. Per questo occorre sostenerlo e articolarlo territorialmente ( in questo senso la costituzione dei comitati 16 ottobre ovunque è il primo impegno da assumere), ma occorre anche affrontare senza reticenza il nodo del sindacato e della necessità di una modifica di linea della CGIL, condizione essenziale per il rilancio di un forte sindacalismo di classe, espressione di sindacati confederali e sindacati di base. Ma anche per promuovere una mobilitazione ampia in cui la convocazione dello sciopero generale costituisce un obiettivo fondamentale. 3.      Infine, la terza questione: l’’unità a sinistra. Anche qui è necessario finalmente uscire dal generico. Di quale unità stiamo parlando? Delle forze a sinistra del PD ovviamente, ma come la mettiamo con SEL? Il progetto di SEL (da questo punto di vista mi pare bizantino distinguere fra SEL e Vendola) punta alla ricostruzione di un centro sinistra, agendo sulla mobilitazione plebiscitaria, con un approccio non dissimile da quello di Veltroni. Cosa ha questa impostazione di comune con la scelta di costruire una sinistra di alternativa autonoma dal PD e con la volontà di superare le logiche del bipolarismo espressa ufficialmente dalla FdS? Mi pare assai poco. Perché allora alcuni dirigenti della FdS mettono sistematicamente in sordina queste differenze  quasi che fossero irrilevanti? Nessuno discute sull’esigenza di promuovere offensive unitarie, ma questo non può tradursi in un codismo che alla fine ingenera ancora più confusione. In particolare, mi chiedo, cosa può pensare un elettore di sinistra che guarda a noi nel momento in cui alcuni sostengono che alle primarie del centro sinistra bisognerebbe partecipare dando indicazione di voto per Vendola?  E questo benché abbiamo sostenuto che in ogni caso non parteciperemo al governo? A me pare che occorra essere realisti. La Fds deve prendere atto che oggi se vi sono delle potenzialità queste stanno a livello sociale. Una sinistra di alternativa si costruisce, in primo luogo, costruendo una relazione con le soggettività che si esprimono nei movimenti e nei conflitti.
Mi auguro che la FdS sappia cambiare passo, costruendo un nuovo profilo più convincente. Sono convinto che occorra impegnarsi con decisione perché ciò avvenga. E’ per questa ragione che con altri compagni ho presentato al congresso della Fds degli emendamenti che marcano questa esigenza di svolta.
In ogni caso, vorrei invitare tutti a riflettere sui segnali di ripresa della FdS nei sondaggi elettorali degli ultimi giorni. Interpretarli non è facile e l’arbitrarietà è un rischio sempre presente. Io, tuttavia, vorrei azzardare un’ipotesi. A me pare che se qualcosa ci ha consentito di recuperare credibilità nelle ultime settimane quel qualcosa è stato l’impegno dimostrato e la visibilità acquisita in occasione della manifestazione del 16 ottobre, dove le bandiere rosse della FdS erano tante, certamente superiori per numero ad ogni altra forza politica e hanno rotto il muro del silenzio intorno a noi. A me pare che se questa interpretazione ha qualche fondamento, il segnale dovrebbe essere colto. Esso ci indica una prospettiva concreta sulla quale lavorare.

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8 commenti

  1. caro compagno pegolo il tuo articolo mi è piaciuto molto…quindi ai vari congressi territoriali si possono votare le tesi alternative da lei proposte?se si io le voterò…ma anche se non dovessero passare l’importante è che la federazione diventi veramente una forza politicamente autonoma dal PD e dal resto del centro sinistra(incluso vendola)…accordi elettorali, l’alleanza democratica sono cose a mio avviso doverose e necessarie sotto elezioni…l’importante è che non si entri direttamente nel governo di centro sinistra…la cosa ideale sacondo me sarebbe l’appoggio esterno in quanto su alcune cose ci potrebbe essere convergenza tra noi e il PD..e ci deve essere (penso ai precari e al lavoro)…
    comunque sia durante il congresso che da me a torino si terrà il 13 novembre posso votare le sue tesi alternative?grazie,a risentirci

  2. Caro Andrea, a tutti i congressi della Federazione della Sinistra si possono votare e presentare le tesi alternative. Le tesi le trovi sul sito della Federazione della sinistra http://www.federazionedellasinistra.com/federazione/?p=3146
    Se preferisci puoi inviarmi una mail e lasciarmi se vuoi un tuo recapito telefonico.

    Saluti Comunisti
    Gianluigi

  3. Caro Gianluigi,
    ti apprezzo per il tentativo che fai di mantenere un profilo intelligente nei confronti della deriva e della quasi implosione di quel poco che rimane del nostro partito. Purtroppo però non basta.
    Lo sbandamento degli ultimi mesi non si può intercettare solo con un cambio di passo della FdS.
    I problemi sono altri e vanno cercati nella perdita di credibilità del gruppo dirigente del PRC e con essi di tutto quello che la Rifondazione Comunista aveva rappresentato nel pensare collettivo della sinistra di opposizione. In realtà non ci siamo più, anzi non ci siamo per niente.
    Intanto bisognerebbe capire che cosa sia la FdS e spiegare a chi dopo Chianciano si era organizzato per rilanciare la Rifondazione Comunsita,
    come mai il vertice del PRC ha riposto sia il profilo strategico che quello tattico nella Federazioen della Sinistra, superando con un colpo di mano il congresso e costruendo un mini arcabaleno nonostante la sconfitta elettoraledi di quello maxi ed originale delle ultime elezioni politiche.
    Mi sembra che l’unica ragione logica che spiega tutto questo impegno nella FdS sia quella di impedire che potenziali elettori del PRC trovino un riferimento elettorale nella Rifondazione e quindi votino per logica il tatticismo di SeL, molto più produttivo della macchinosa FdS.
    Mi viene da pensare che magari qualche dirigente macchiavellico abbia contrattato qualche posizione di forza (posti) con SeL e con il PD ed in cambio si sia impegnato di non presentare più il simbolo del PRC alle elezioni (in realtà l’unico simbolo ancora riconoscibile e capace di aggregare intorno alla costruzione di una vera opposizione di classe). Sarebbe scandaloso!!!!

    • Caro Antonio,

      comprendo le preoccupazioni e anche i sospetti. Voglio dirti con tutta franchezza la mia opinione. Io non penso tanto a complotti, ma ad errori politici si. Io credo che la decisione di presentare alle europee un cartello elettiorale, dopo la scissione di SEL, fosse comprensibile. Non mi stupisce neanche che di fronte a cali elettorali di queste dimensioni si cerchi di fare blocco con altre forze. E’ avvenuto in altri paesi europei. Quello che invece non era obbligato ed anzi io ritengo sia stato un grave errore è stato quello di incamminarsi lungo un percorso di progressiva fusione politico organizzativa. Questo sì rischia di far saltare per aria il PRC e il suo progetto politico. In Europa vi sono esperienze ( e di successo) in cui si è scelta una strada completamente diversda. Nel caso francese, ad esempio, il Front de gauche, che mette assieme il PCF, oltre ad alcune altre formazioni, si presenta assieme alle elezioni, dopodichè i vari partiti mantengono la loro autonomia. Cosa impediva ed impedisce che anche qui si facesse e si faccia la stessa scelta? A me pare invece che dietro certi approcci si nasconda il vizio arcobalenista dell’assemblare per superare. Senza contare che quando si va in questa direzione non solo si superano i soggetti esistenti, ma si modifica anche la linea politica e , molto spesso, in senso moderato. L’esperiernza passata qualche lezione dovrebbe avercela data.
      Fraterni saluti

      Gianluigi Pegolo

  4. caro Gianluigi
    sono un compagno che ha partecipato al congresso della federazione di Roma, di sabato 13 e domenica 14, in tarda mattinata di domenica dopo un ampio e articolato dibbattito, siamo giunti alla votazione del documento nazionale, che ha ricevuto il quasi unanime consenso dei delegati presenti, successivamente si e’ passati alla votazione delle tesi alternative sottoscritte da te e da altri compagni , a quel punto qualcuno della presidenza spiegava ai presenti che “tali tesi” era inutile metterle ai voti in quanto alcuni dei compagni presenti le avevano gia’ votate nei congressi territoriali e in quanto le stesse sarebbero automaticamente state discusse in ambito nazionale.

    a quel punto scattava la giusta reazione di alcuni dei compagni presenti che rivendicavano con forza il principio democratico di potere esprimere il proprio parere, facendo in questo modo recedere chi, attraverso quel tentativo evidentemente non voleva che in quell’assise venisse sancita alcuna forma di dissenso nei confronti del documento politico nazionale.

    il risultato di tale voto e’ stato un segnale politico importante a favore della tesi alternativa, circa un terzo dei votanti tra astenuti e favorevoli.

    evidentemente i contenuti di tale documento,sia sul pano politico che sulla questione delle regole interne, trovano dei fieri oppositori in una parte del nostro personale politico (gruppo dirigente) che preso dalla smania di ricollocarsi, e’ da sempre allergico e refrattario a quelle istanze politiche che vogliono coerentemente e senza alcuna mira personale, rappresentare gli interessi dei lavoratori e delle classi subalterne,per realizzare semplicemente quella che deve essere la missione storica della Sinistra e dei “ComunistiI” .

    saluti comunisti
    ANTONIO

    • caro Antonio,

      ti ringrazio per la tua lettera e mi scuso del ritardo con il quale ti rispondo, dovuto agli impegni congressuali. So dell’episodio di Roma e purtroppo non è l’unico. Basti pensare, fra l’altro, al fatto che le tesi che ho sottocritto insieme ad altri compagni non potevano essere presentate se non nei congressi dove esisteva un presentatore locale. Da quando faccio congressi è la prima volta che ho a che fare con simili regole. E’ del tutto evidente che in questo congresso si è voluto in tutti i modi limitare il dissenso con l’obiettivo di favorire un pronunciamento plebiscitario. Il problema, tuttavia, è che la dura realtà dei fatti per quanto si cerchi di nasconderla riemerge puntualmente. Perchè dalle europee ad oggi caliamo – come Federazione – nei consensi invece che crescere? Questa è la domanda che un gruppo dirigente serio dovrebbe porsi. A questa domanda le tesi alternative cercano quantomeno di dare prime risposte. Nei prossimi mesi ne avremo la conferma.

      Fraterni saluti

      Gianluigi Pegolo

  5. Caro Gianluigi, anche io ho letto quello che dici, ma ancora non riesco a liberarmi dalla domanda che oggi sempre più compagni anche se non militanti si fanno, e cioè PERCHE’ DOVREI DARE UN VOTO A CHI DICE DI VOLER CAMBIARE E POI, UNA VOLTA SEDUTO SU UNA POLTRONA, SI COMPORTA COME GLI ALTRI.
    Ti assicuro che non voglio assolutamente nel qualunquismo più sciatto, ma io vivo sulla mia pelle, quotidianamente LA NON VOLONTA’ DA PARTRE DI CHI SI DICE COMUNISTA DI VOLER LOTTARE PER CAMBIARE LE COSE.
    Forse il problema è proprio qui: MANCA UN PARTITO RIVOLUZIONARIO CAPCE DI USCIRE FUORI DAI SOLITI SCHEMI POLITICI E DALL’ACCETTAZIONE DELLO STATO DI COSE COME IMMUTABILE.
    MANCANO GLI SFORZI PER CREARE UNA TEORIA RIVOLUZIONARIA, DALLA QUALE SOLTANTO PUO’ NASCERE UNA PRASSI RIVOLUZIONARIA.

    • Caro Mario,

      la tua domanda non è assolutamente banale. Non so se ti riferisci all’impegno nel congresso della Federazione o al voto alla stessa Federazione in caso di elezioni, ma poco importa, perchè la sostanza alla fine non cambia. il tema mi pare chiaro: quale è la nostra credibilità ( come soggetto di cambiamento) ? Io la penso così e mi riferisco in primo luogo al PRC oltre che alla Federazione della Sinistra. Esiste un disagio sociale enorme. Per il lavoro, per il reddito, per le condizioni di vita, per diritti civili non garantiti. Su tutto questo grava la presenza di una destra reazionaria e conservatrice, non priva di pulsioni antidemocratiche. Cosa deve fare una forza di sinistra per essere credibile? Deve dimostrare che la condizione materiale della gente è al centro dei suoi interessi e del suo impegno. Che è disponibile a combattere una battaglia nelle piazze , coi movimenti e nelle istituzioni. Che non è disponibile a transigere su principi e contenuti. Che se fa alleanze le fa per sostenere quei contenuti . Che non punta ai ruoli se non per ottenere quegli obiettivi. Insomma, deve dare di sè un profilo di integrità e coerenza e deve farlo dalle piccole alle grandi cose. E deve farlo ricollocandosi fra quei soggetti che vuole rappresentare. E in tutto questo deve dimostrare la sua diversità da chi concepisce la politica in altro modo. C’è un’espressione che Gramsci ha usato e che a me pare descriva bene quello che voglio dire. Questa espressione è “lo spirito di scissione”. Quando Gramsci ne parla non allude per niente al settarismo e alla non disponibilità all’unità. Vuole invece indicare un atteggiamento. L’atteggiamento di chi rivendica la propria diversità e fa di questa il fondamento per una volontà di cambiamento. Se non trasmettiamo questa idea di noi stessi non possiamo recuperare quella credibilità che giustifica il consenso alle nostre posizioni.

      Fraterni saluti

      Gianluigi Pegolo


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