DOVE VOGLIAMO ANDARE?

Dopo il congresso della Federazione della Sinistra….

DOVE VOGLIAMO ANDARE?

Il congresso della Federazione della Sinistra è stato vissuto da alcuni come una speranza. Quella di uscire dal tunnel di questi ultimi due anni, in cui dopo la disfatta dell’Arcobaleno, la scissione di SEL, la sconfitta delle europee e il calo di consensi successivo sono cresciute le incertezze sulle prospettive future.

Per quanto mi riguarda, questo congresso non ha invece dato le risposte che auspicavo e, anzi, mi ha fatto sorgere ulteriori dubbi. Innanzitutto, per le modalità con cui è stato gestito. Che fosse un congresso fatto per necessità ed anche per esigenze propagandistiche era noto. Che quindi le modalità fossero discutibili anche. Ma quello che alla fine è emerso va oltre ogni previsione. Lo si è visto nel caso dello statuto oltre che nel trattamento riservato a chi ha espresso dissensi o differenze. Si può presentare uno statuto tre ore prima che venga discusso in un’assemblea plenaria, e senza che se ne sia discusso nei congressi di base? Si può cambiare un simbolo senza che neppure i membri delle segreterie dei partiti della Federazione ne siano a conoscenza? Purtroppo questo è successo e non credo valgano scusanti. Si è trattato ne più e ne meno della soluzione burocratica adottata per tutelare la mediazione raggiunta in un cenacolo ristrettissimo. E la stessa cosa vale per l’assenza di qualsiasi regola democratica nella formazione della platea, esito di una lottizzazione manipolata fra componenti, o per la nomina dell’organismo dirigente, tesa a ridimenzionare -fra l’altro- le sensibilità che avevano espresso critiche.  Senza contare, infine, il non rispetto delle quote femminili che poco prima erano state approvate nello statuto e che oggettivamente è suonato ai più (e non solo alle compagne) come una beffa.

Non credo che tutto ciò si possa archiviare con leggerezza. Oltre un certo limite – si sa – il metodo è sostanza e quello che è avvenuto dimostra solo a quali torsioni si è dovuto ricorrere per superare problemi che sono politici. E qui veniamo alla seconda questione che riguarda per l’appunto la linea. Esiste una linea chiara della Federazione? Alla luce di quanto ho visto in questo congresso, ma anche di quello che ho letto dopo, non mi pare proprio. Quali sono i nostri riferimenti a sinistra? E’ abbastanza evidente che un pezzo di questa Federazione è all’inseguimento di Vendola. Alcuni addirittura già danno indicazioni a suo favore per le primarie, auspicano la costruzione di liste uniche alle politiche, vorrebbero che SEL entrasse nella Federazione. Peccato che ne’ Vendola né SEL ci pensino minimamente, col risultato un po’ patetico di chi dopo una corte serrata si vede puntualmente respinto dall’oggetto del suo desiderio. E ciò mentre vi è a sinistra una domanda vera di alternativa che non solo si esprime in alcune formazioni politiche, ma soprattutto che attraversa ampie quote di elettorato che vuole qualcosa di più di un appiattimento sul PD o della riproposizione di un nuovo centro sinistra.

Esiste una linea precisa sull’accordo per battere Berlusconi, quell’alleanza democratica che dovrebbe prevedere una intesa elettorale fra chi si colloca all’opposizione? Formalmente la Federazione dovrebbe puntare su un accordo elettorale con le forze collocate all’opposizione, ma senza entrare nel governo in caso di vittoria – questo è stato ribadito più volte –  ma fino a che punto questa scelta è effettivamente condivisa, dopo che nel corso del congresso della stessa Federazione c’è chi ha parlato di “patto di legislatura”? E che dire, poi, della coerenza di chi vorrebbe che partecipassimo a delle primarie per decidere il premier di una coalizione di governo di cui non si intende far parte?

Infine, quale compattezza può avere una federazione in cui già qualcuno pensa di unificare i due partiti che insieme ne rappresentano più del 90%? Ma c’è di più. Dato che in più occasioni il segretario del PRC ha ribadito che non è in discussione il mantenimento del Partito come forza politica autonoma, come interpretare il pronunciamento di dirigenti del PRC che si muovono nella direzione del superamento di tale autonomia e che avanzano proposte di fusione tra PRC e PDCI? A me pare che questi aneliti alla fusione abbiano in realtà l’obbiettivo della costruzione di un soggetto moderato, di ispirazione governista, che fa dell’identità una bandiera essenzialmente propagandistica. Cosa ben diversa dalla costruzione di una forza comunista interprete di un progetto di cambiamento, radicata e profondamente rinnovata nella cultura politica e nelle pratiche sociali.

In un quadro simile non c’è da essere tranquilli. Dietro l’apparente unanimità della FdS, emerge una spinta moderata che –in ultima analisi – fa dell’omologazione al centro sinistra e della ripresa “dell’Arcobalenismo” i suoi veri obiettivi. Questa linea è oggettivamente alternativa ad ogni proposta di rafforzamento/rilancio del progetto “rifondazione comunista”. Non solo, a me pare che oggettivamente ci condurrebbe ad un ruolo politicamente marginale, oltre che a erodere (anziché ampliare) gli stessi consensi elettorali. Quello che è certo è che di fronte a tali insidie il tempo dei tatticismi, delle mediazioni equivoche e della gestione spartitoria e pattizia è finito. Un chiarimento sulla linea, è quindi, d’obbligo a partire dallo stesso PRC. Ed è necessario che avvenga il prima possibile, perché da fuori molti ci guardano e ci chiedono dove vogliamo andare.

Gianluigi Pegolo

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1 commento

  1. Si sono d’accordissimo con quello che dici, ma non capisco, tante cose, sopratutto non capisco e ti chiedo di spiegarmelo, che tipo di partito abbiamo, se tutti quelli che sono in posizione di comando, come TE, Masella, Ferrerp, Grassi, tutti separatamente vi lamentate, che cosi come è stata voluta e costruita la FDS non la volevate nessuno, ma come è possibili,(lo dico non per paradosso, ma parchè non capisco davvero), che a tutti non piace come è stato costruita la FDS, ma questa c’è? chi comanda il partito è forse la Spectre, chi comanda, solo il segratario? e che partito comunista è ,un partito che accetta una simile gerachia?ma neanche Stalin aveva questo potere, se le cose stanno, come dite, allora credo che il lavoro e l’impegno più apprezzato sarebbe fare una battaglia per cambiare la forma partito,avero all’orizzonte di non avere un partito assembleare, ma l’abolizione della figura del segretario?, e un partito a guida collegiale, diciamo un comitato centrale, un parlamentino dove dentro ci sarebbere tutte le voci , sarebbe un necessità imperativa, e si tratterebbe di fare (organizzativamente parlando) un partito bolscevico, dove non esisteva la Figura del segretario, che come sappiamo, è stata intridotta nei primi mesi, del 1922 e con una funzione esclusivamente, organizzativa, ma completamente assoggettato al comitato centrale.
    ma fare una RINFONDAZIONE COMUNISTA, non implicava anche questo, non potevamo interrogarci, sul fatto, che se il pensiero comunista è ancora valido, forse l’applicazione, era il difetto, e nell’applicazione, la degenerazione della forma partito, c’entra o non c’entra.


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