Il nodo del soggetto politico

 Fra pochi giorni si avvierà il percorso congressuale del PRC che si concluderà alla fine dell’anno. Sarà un appuntamento decisivo e non solo perché sarà l’occasione per una verifica del nostro progetto politico, ma anche per l’eccezionalità della fase in cui questo viene a cadere. Nell’arco di pochi mesi, dalle elezioni amministrative al referendum, è mutato il clima nel paese. Il governo di centro destra attraversa una fase di crisi acuta, la sua credibilità è ai minimi termini, la sua coesione interna è messa a dura prova; le forze di centro sinistra e di sinistra hanno ottenuto risultati elettorali importanti; con i referendum si è affermata una critica di massa non solo alla politica del governo, ma anche all’ideologia liberista: un vento nuovo spira, quello di una domanda di rinnovamento delle pratiche politiche e di partecipazione. Siamo dunque in una fase di “sommovimento” che, peraltro, tocca anche altri paesi del sud Europa. Non credo sia una coincidenza. E’ la fascia più debole dell’Europa che comincia a scricchiolare sotto l’urto di una crisi che si fa sempre più acuta, che subisce un’accentuazione delle disuguaglianze sociali, che vede il crescere della precarietà e dell’incertezza, che viene scossa da una protesta che tocca in modo particolare le giovani generazioni e che si ribalta sul sistema politico, anche sottoforma di richiesta di maggiore democrazia. La novità di questa fase deve essere colta nel nostro congresso, a partire dalla questione decisiva del soggetto politico in grado di dare risposta alla nuova domanda sociale. Vi è, infatti, un paradosso nella nuova situazione: l’offerta politica a sinistra è inadeguata rispetto a una domanda che si fa più radicale e ricca. Nel caso della sinistra moderata il punto debole è rappresentato da una proposta politica che è interna alla logica liberista. Nel caso di quella radicale, esiste un’eterogeneità di posizioni che o approdano al settarismo o rischiano di confluire nell’opzione moderata per calcolo tattico. La proposta di unità a sinistra che avanza la FdS sconta questa situazione: i soggetti evocati non sono nei fatti disponibili, perseguendo gli stessi finalità politiche diverse. In questo modo una sinistra all’altezza della domanda sociale non emerge e ciò comporta il rischio di delusione e di passivizzazione nel corpo sociale. Né mi pare sia credibile teorizzare la supplenza dei movimenti e delle organizzazioni sociali, dato che anche in questo caso vi è eterogeneità di posizioni. Come risolvere allora il problema? Come costruire un soggetto in grado di condizionare lo sbocco politico, mettendo a valore la nuova domanda sociale? Ma, soprattutto, esistono le minime condizioni per costruire tale soggetto? La ripresa nei consensi della FdS, una domanda di partecipazione vera, l’agglutinarsi d’istanze radicali, delineano un campo di possibilità, non indicano una prospettiva certa. Per questo penso che senza una forte determinazione politica ben difficilmente una tale soggettività potrà emergere e questo è il compito esplicito che il PRC deve assumersi. Occorre però una premessa. Mi pare evidente che una sinistra alternativa non possa essere concepita come semplice dilatazione dell’attuale Federazione, secondo una logica di cooptazione. Le diverse soggettività rivendicano la loro autonomia e parità. Per questo abbiamo bisogno di una proposta nuova che punti alla costruzione di un più ampio aggregato plurale. Né mi pare sia pensabile che quest’aggregato sia composto solo da soggetti politici, ma deve comprendere anche soggetti sociali. Né, infine, mi pare sia pensabile che allo stato dei fatti esso possa scaturire da un’intesa di vertice con SEL, IdV e altre forze, date le evidenti resistenze che le stesse oppongono. Occorre quindi attivare un “processo”, dall’alto e dal basso, che può implicare anche la disarticolazione e la riaggregazione di forze. Per tutte queste ragioni la costruzione di una soggettività alternativa muove, in primo luogo, dalla convergenza sui contenuti e da una concreta pratica sociale. Per queste ragioni il processo non è necessariamente lineare. I contenuti, inoltre, per avere un effetto di trascinamento devono intercettare la domanda sociale e coglierne la nuova qualità. L’orizzonte è quello della critica antiliberista ed anticapitalista. I temi ci sono squadernati di fronte: sono quelli della scelta pacifista, della difesa ed estensione dei beni comuni, della salvaguardia del lavoro e contro la precarietà, della democrazia e della difesa della Costituzione. La proposta di una “costituente dei beni comuni” va in questa direzione, anche se a me pare che il processo da attivare non può risolversi solo nell’assunzione di questo terreno d’iniziativa, per quanto importante esso sia. Occorre, infatti, che anche sugli altri terreni si realizzino convergenze strutturate e che vi sia un collegamento orizzontale fra queste tematiche. Non voglio qui soffermarmi sulle numerose connessioni che legano le varie tematiche. A me pare, ad esempio, che centrale resti la questione lavoro, senza per questo togliere valore alle altre questioni. Quello che invece voglio sottolineare è che si deve puntare non semplicemente sulla somma di terreni diversi d’iniziativa, ma sulla definizione di un profilo politico generale. Per esemplificare, occorrerebbe oggi una “costituente dell’alternativa”, come processo di rifondazione della stessa sinistra radicale. Non sto proponendo il lancio dell’ennesimo slogan, ma l’individuazione di una prospettiva di lavoro, che si può saldare da subito con la gestione della battaglia per la ripubblicizzazione dei servizi pubblici, con la lotta contro la precarietà del lavoro, con l’impegno per la pace in Libia e con il sostegno a una riforma in senso proporzionale della legge elettorale, per citare solo alcune delle battaglie in campo. Ma che può trovare forse un terreno ancora più fertile a livello locale, laddove anche a seguito delle elezioni amministrative prime aggregazioni di sinistra si sono prodotte e su contenuti avanzati. Qui la costruzione di coordinamenti delle forze in campo, la costituzione di gruppi consiliari unitari, la formazione di gruppi di lavoro per l’attuazione di un programma sociale, la pratica diffusa della partecipazione sono obiettivi concreti che si possono perseguire da subito. Gianluigi Pegolo

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10 commenti

  1. Cosa stai proponendo Gianluigi, la nuova Linch Italiana, con la presenza dei comunisti a tendenza culturale? Ma questo non era il progetto di Bertinotti e Vendola al congresso di Chianciano!!

    Ciao Antonio

    • Caro Antonio,

      non capisco come tu possa aver frainteso, a meno che non si tratti di una simpatica provocazione. Ad ogni modo, cerco di chiarire. E’ del tutto evidente che la Federazione della Sinistra non ha oggi la forza necessaria per offrire un riferimento a una domanda sociale con connotati anticapitalisti. Da qui muove la proposta della costruzione di un polo della sinistra alternativa che vada oltre l’attuale FdS.La mia opinione è che questo polo non si costruisce semplicemente invocando l’unità a sinistra, rivolgendosi a SEL, IdV, ecc. e non perchè tale invocazione sia sbagliata quanto per il fatto che queste forze hanno progetti diversi. Questo polo pertanto deve costruirsi sui contenuti e sulle pratiche sociali. In parte è quello che sta avvenendo in diverse realtà dove intorno alle liste della FdS si sono aggregate altre forze, spesso sociali e in alcuni casi politiche. Mi pare anche evidente che questo processo rimette in discussione la linea di alcuni di questi soggetti a livello nazionale. Penso a SEL, in particolare per quanto riguarda la sua scelta di collocazione interna al centro sinistra. Se dovessi indicare un modello di polo alternativo mi rifererei ad esempio all’esperienza del fronte della sinistra francese in cui il PCF collabora con altre forze nell’iniziativa sociale e nella competizione elettorale, pur mantenendo la sua autonomia. Come vedi tutto questo non ha niente a che fare con la proposta di Vendola e Bertinotti che volevano dar vita ad un nuovo partito di ispirazione genericamente di sinistra, facendo sparire il PRC. Per me il PRC deve mantenere la sua autonomia ed anzi deve rafforzarsi. Quello sul quale mi sono concentrato è il sistema di alleanze, il polo insomma che gli va costruito attorno e questa è una questione non rinviabile, pena il rischio di subire un processo di emarginazione o di risultare poco efficaci nell’azione politica.

      ciao

      Gianluigi

    • Antonio stai scherzando vero? Lo sai chi era Linch? Forse volevi dire Linke….forse

  2. Non una volta Gianluigi hai citato il termine Comunista, anche per te è una parola indicibile?
    Come indicibili, mi pare di capire visto che non li citi mai, sono termini come imperialismo, lotta di classe, contraddizione capitale lavoro e ruolo del Partito.(Che pure avrebbero trovato posto nella tua analisi/proposta)
    Come anche parlare di anticapitalismo e non di Marxismo…ecc.
    A mio avviso è prioritario, invece, investire forze intellettuali e materiali per la costruzione di Partito Comunista di massa all’altezza del XXI secolo,
    incominciando ad esempio ad unire PRC e PDCI per poi proporsi alle figure sociali e ai movimenti con l’intento di formare un “fronte popolare”.
    I compagni del PDCI sono disponibili a spendersi per questo percorso, lo è altrettanto il PRC?
    ciao
    Sandro.

    • Caro Sandro,

      il tema che ho affrontato nell’articolo era molto preciso e cioè quello della costruzione di un polo di sinistra alternativa con una vocazione anticapitalista. In questa prospettiva, che vale anche per altri paesi (Spagna, Francia, America Latina, ecc.), i comunisti sono una parte delle forze in campo. Il fatto che non abbia affrontato la questione dei comunisti non significa che la consideri irrilevante. In ogni caso, non ho nessuna difficoltà ad esprimermi nel merito. Io considero essenziale, all’interno di un polo alternativo, la presenza di un partito comunista che conservi la sua autonomia. Non solo, considero anzi che senza questo partito ben difficilmente, almeno in Italia, un simile polo possa costituirsi. Sono anche convinto che quello che abbiamo oggi non basta, perchè le forze comuniste si sono indebolite e che quindi occorre lavorare per costruire un vero partito comunista di massa. Ciò detto, io non credo che la strada sia semplicemente quella della precipitazione organizzativa della fusione PRC-PDCI e per una ragione molto semplice: un partito comunista all’altezza della fase richiede un progetto di fondo e non può essere la risultante di sommatorie improvvisate. Le differenze fra le formazioni comuniste oggi presenti nel paese sono significative. Occore quindi avviare un percorso di riflessione e di dibattito. Credo inoltre che l’ispirazione della rifondazione comunista debba restare il fondamento di una tale ricostruzione, perchè senza un aggiornata analisi di classe e senza una proposta di attualizzazione del comunismo ben difficilmente si può recuperare un consenso ampio.

      Gianluigi

    • I compagni del pdci predicano bene e razzolano male. Non voglio generalizzare ma, “costruire un Partito Comunista…incominciando ad unire PRC e PDCI” iniziando a provocare microscissioni non mi pare sia il modo più adatto!
      Per cui. attualmente, va bene la FdS! Prendetevi le vostre responsabilità e non date colpe che il PRC non ha.
      Ciao
      “Milagros”

  3. la faccio io, invece , una piccola provocazione , spero simpatica, ad uso dei compagni che temono in continuazione il dissolvimento dell’identità e spesso pensano -chissa perchè-di poterlo contrastare con l’unificazione prc-pdci.
    alle elezioni del 1948, sulla scheda la falce e martello non c’era,dato che era presente il Fronte Popolare:il pci , in quell’alleanza , era forse una”tendenza culturale”? e chi mai potrebbe sostenerlo?
    voglio dire che tra un partito unico della sinistra al cui interno i comunisti fossero poco più che una rivista , un centro studi e simili (la tendenza culturale,appunto) ed una confederazione e/o alleanza elettorale, o politico-elettorale, in cui comunisti fossero presenti con uno o più partiti-c’è una enorme differenza.
    questo accade accade in diverse parti del mondo, come ha già fatto notare Gianluigi;io mi limito ad aggiungere che non è un caso che , là dove questi processi si manifestano con caratteristiche, diciamo, di ampio fronte politico-sociale,e mi riferisco ovviamente alla pur differenziata situazione dell’America Latina, non solo la vittoria elettorale premia le masse popolari e sconfigge il blocco avversario( reazione, rendita,latifondo, grandi proprietà, militari etc) ma in alcuni casi permette anche di avviare profonde trasformazioni sociali.varrebbe la pena farci un pensierino, no?

  4. Paragonare l’oggi al 48 è fuorviante allora c’era un prtito comunista di massa e c’era l’URSS,il problema è che manca la volontà di costruire un partito comunista,possibilmente di massa,prevale sempre il problema dell’espressione istituzionale,ovvero le alleanze per entrare in parlamento,poi non fa nulla che entratoci con un’alleanza assurda come nel 2008 ti suicidi e sparisci:il rischio che io vedo è proprio questo

    • Concordo con Anonimo tant’è che sia il Partito Comunista Spagnolo sia il Partito Comunista Francese sia il Partito Comunista Greco sono più forti di noi. Pur facendo parte (i primi due) di una Federazione della Sinistra. Dunque la condizione minima ed essenziale per ricdostruire un percorso di sinistra anticapitalistico nè il rafforzamento teorico e organizzativo del PRC. Che torni ad essere un’organizzazione ben radicata nei territori, il Partito della rINASCITA cOMUNISTA! Hasta siempre!

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