La Mini-scissione e la premura di fondersi

Sulla mini scissione dell’Ernesto non c’è molto da dire. Dal punto di vista della consistenza basta scorrere l’elenco dei sottoscrittori per coglierne l’effettiva portata, che resta molto modesta. Dal punto di vista delle motivazioni, essa risulta del tutto priva di credibilità. Continua a leggere

DOVE VOGLIAMO ANDARE?

Dopo il congresso della Federazione della Sinistra….

DOVE VOGLIAMO ANDARE?

Il congresso della Federazione della Sinistra è stato vissuto da alcuni come una speranza. Quella di uscire dal tunnel di questi ultimi due anni, in cui dopo la disfatta dell’Arcobaleno, la scissione di SEL, la sconfitta delle europee e il calo di consensi successivo sono cresciute le incertezze sulle prospettive future.

Per quanto mi riguarda, questo congresso non ha invece dato le risposte che auspicavo e, anzi, mi ha fatto sorgere ulteriori dubbi. Innanzitutto, per le modalità con cui è stato gestito. Che fosse un congresso fatto per necessità ed anche per esigenze propagandistiche era noto. Che quindi le modalità fossero discutibili anche. Ma quello che alla fine è emerso va oltre ogni previsione. Lo si è visto nel caso dello statuto oltre che nel trattamento riservato a chi ha espresso dissensi o differenze. Si può presentare uno statuto tre ore prima che venga discusso in un’assemblea plenaria, e senza che se ne sia discusso nei congressi di base? Si può cambiare un simbolo senza che neppure i membri delle segreterie dei partiti della Federazione ne siano a conoscenza? Purtroppo questo è successo e non credo valgano scusanti. Si è trattato ne più e ne meno della soluzione burocratica adottata per tutelare la mediazione raggiunta in un cenacolo ristrettissimo. E la stessa cosa vale per l’assenza di qualsiasi regola democratica nella formazione della platea, esito di una lottizzazione manipolata fra componenti, o per la nomina dell’organismo dirigente, tesa a ridimenzionare -fra l’altro- le sensibilità che avevano espresso critiche.  Senza contare, infine, il non rispetto delle quote femminili che poco prima erano state approvate nello statuto e che oggettivamente è suonato ai più (e non solo alle compagne) come una beffa.

Non credo che tutto ciò si possa archiviare con leggerezza. Oltre un certo limite – si sa – il metodo è sostanza e quello che è avvenuto dimostra solo a quali torsioni si è dovuto ricorrere per superare problemi che sono politici. E qui veniamo alla seconda questione che riguarda per l’appunto la linea. Esiste una linea chiara della Federazione? Alla luce di quanto ho visto in questo congresso, ma anche di quello che ho letto dopo, non mi pare proprio. Quali sono i nostri riferimenti a sinistra? E’ abbastanza evidente che un pezzo di questa Federazione è all’inseguimento di Vendola. Alcuni addirittura già danno indicazioni a suo favore per le primarie, auspicano la costruzione di liste uniche alle politiche, vorrebbero che SEL entrasse nella Federazione. Peccato che ne’ Vendola né SEL ci pensino minimamente, col risultato un po’ patetico di chi dopo una corte serrata si vede puntualmente respinto dall’oggetto del suo desiderio. E ciò mentre vi è a sinistra una domanda vera di alternativa che non solo si esprime in alcune formazioni politiche, ma soprattutto che attraversa ampie quote di elettorato che vuole qualcosa di più di un appiattimento sul PD o della riproposizione di un nuovo centro sinistra.

Esiste una linea precisa sull’accordo per battere Berlusconi, quell’alleanza democratica che dovrebbe prevedere una intesa elettorale fra chi si colloca all’opposizione? Formalmente la Federazione dovrebbe puntare su un accordo elettorale con le forze collocate all’opposizione, ma senza entrare nel governo in caso di vittoria – questo è stato ribadito più volte –  ma fino a che punto questa scelta è effettivamente condivisa, dopo che nel corso del congresso della stessa Federazione c’è chi ha parlato di “patto di legislatura”? E che dire, poi, della coerenza di chi vorrebbe che partecipassimo a delle primarie per decidere il premier di una coalizione di governo di cui non si intende far parte?

Infine, quale compattezza può avere una federazione in cui già qualcuno pensa di unificare i due partiti che insieme ne rappresentano più del 90%? Ma c’è di più. Dato che in più occasioni il segretario del PRC ha ribadito che non è in discussione il mantenimento del Partito come forza politica autonoma, come interpretare il pronunciamento di dirigenti del PRC che si muovono nella direzione del superamento di tale autonomia e che avanzano proposte di fusione tra PRC e PDCI? A me pare che questi aneliti alla fusione abbiano in realtà l’obbiettivo della costruzione di un soggetto moderato, di ispirazione governista, che fa dell’identità una bandiera essenzialmente propagandistica. Cosa ben diversa dalla costruzione di una forza comunista interprete di un progetto di cambiamento, radicata e profondamente rinnovata nella cultura politica e nelle pratiche sociali.

In un quadro simile non c’è da essere tranquilli. Dietro l’apparente unanimità della FdS, emerge una spinta moderata che –in ultima analisi – fa dell’omologazione al centro sinistra e della ripresa “dell’Arcobalenismo” i suoi veri obiettivi. Questa linea è oggettivamente alternativa ad ogni proposta di rafforzamento/rilancio del progetto “rifondazione comunista”. Non solo, a me pare che oggettivamente ci condurrebbe ad un ruolo politicamente marginale, oltre che a erodere (anziché ampliare) gli stessi consensi elettorali. Quello che è certo è che di fronte a tali insidie il tempo dei tatticismi, delle mediazioni equivoche e della gestione spartitoria e pattizia è finito. Un chiarimento sulla linea, è quindi, d’obbligo a partire dallo stesso PRC. Ed è necessario che avvenga il prima possibile, perché da fuori molti ci guardano e ci chiedono dove vogliamo andare.

Gianluigi Pegolo

Il mio intervento al congresso della FDS

Per una nuova stagione politica

 

IL CAMBIO DI PASSO NON PIU’ RINVIABILE

di Gianluigi Pegolo

Mentre si stanno svolgendo i congressi della Federazione della Sinistra occorre interrogarsi sull’efficacia della linea fin qui seguita. Partiamo da una constatazione, purtroppo non incoraggiante. Dalle elezioni europee in poi la FdS ha perso consensi elettorali. Appellarsi al black out dei mass media non è sufficiente. A me pare che la spiegazione più credibile stia nel suo profilo non convincente e, in particolare, in un surplus di politicismo che, di fatto, ne ha ridimensionato il profilo alternativo.
Non mi riferisco tanto alla proposta dell’alleanza democratica per battere Berlusconi. In una situazione di emergenza politica e sociale è in sé ragionevole sostenere una simile proposta. Il problema è più generale. Esso sta nella centralità assunta, prima ancora che nel dibattito interno, nella pratica concreta, del momento elettorale a scapito di un intervento sociale significativo e della tendenza, per  conseguire l’obiettivo delle alleanze elettorali, a moderare le posizioni e a rendere vaghe le differenze. Ne è un esempio emblematico la “retorica dell’unità” che ha contraddistinto gli interventi pubblici di alcuni dirigenti della FdS, in un afflato frontista dietro al quale sono spesso scomparsi gli elementi distintivi che dovrebbero caratterizzarci, rispetto al PD, ma anche ad altre forze di sinistra, SEL in primis.
Il paradosso è  che in questi mesi, mentre imperversava nelle nostre fila l’appello all’unità, altri ( dall’IdV allo stesso Vendola), hanno puntato (anche con molta spregiudicatezza) sulla loro diversità, in primo luogo rispetto al PD. Non si può disconoscere che questa impostazione mirata più alla differenziazione  che alla ricerca degli elementi di unità abbia pagato in termini di consensi molto di più. Ma veniamo al nuovo scenario che si sta aprendo e che a mio parere rende ancora più urgente questa correzione di linea.
Benché la situazione politica sia in continuo cambiamento è ormai abbastanza evidente che la crisi in cui si dibatte il centro-destra difficilmente aprirà la strada a elezioni anticipate. Lo scenario di gran lunga prevedibile è il passaggio, in caso di crisi, a un governo tecnico o di larghe intese, come lo si voglia chiamare. Esso dovrebbe coinvolgere settori del centro destra, del centro e della sinistra moderata. Un governo non breve e non concentrato solo sulla legge elettorale, ma con un suo programma, seppure minimo, che comprenderebbe scelte di politica economica e probabilmente anche misure sull’assetto istituzionale ( il federalismo fiscale, in primo luogo). Per questo si parla di “governo di transizione”.
Appare anche abbastanza chiaro che dietro a questa operazione non vi sono solo alcune forze politiche intenzionate a liquidare Berlusconi, ma anche forze economiche e sociali, insomma un pezzo non irrilevante di poteri forti. Nessuno può illudersi sulle conseguenze sociali di un simile esperimento. Le conseguenze più probabili sono una linea di politica economica ossequiosa verso gli orientamenti liberisti e monetaristi dell’UE e supportata da un disegno neo concertativo  (o forse, per meglio dire, neo corporativo) nelle relazioni sociali che mortificherebbe il conflitto sociale. Questo scenario inquietante costituisce, pertanto, il quadro di riferimento probabile con cui avremo a che fare. Ma ciò costringe ancora di più a una correzione di rotta della FdS. Ciò vale in particolare su tre questioni decisive.
1.      La prima riguarda il rapporto con il centro sinistra e, in particolare, con il PD. Mi pare abbastanza evidente che senza una forte caratterizzazione e un’esplicita differenziazione sia arduo recuperare consensi. Nel caso si giungesse a un governo tecnico del tipo di cui ho detto, sarebbe ancora più necessario ribadire non solo la nostra autonomia ma la nostra opposizione. Ma in questo caso cosa resterebbe della parola d’ordine dell’alleanza democratica, proposta sorta come risposta all’esigenza di concorrere nelle elezioni anticipate alla sconfitta di Berlusconi? Cosa resterebbe, a maggior ragione se la stessa legge elettorale venisse modificata e liberata dall’orrore del premio di maggioranza? Stiamo discutendo di possibilità, non di certezze, ma di possibilità molto concrete. In ogni caso non mi pare vi possano essere dubbi: se la FdS non recupera da subito una forte caratterizzazione autonoma, se non si ricolloca nel conflitto sociale, se non punta a un recupero di consensi anche rischiando tensioni sul piano delle relazioni politiche a sinistra, corre il rischio di vedere calare i propri consensi e, alla fine, di essere penalizzata anche elettoralmente. Qualcuno obietta che non si può rinunciare all’obiettivo della cacciata di Berlusconi e questo implica l’alleanza con la sinistra moderata. Rispondo che l’alleanza con la sinistra moderata si rende indispensabile solo in presenza di certi meccanismi elettorali e, in ogni caso, ciò non giustifica comunque il ridimensionamento della propria autonomia politica. 2.      La seconda questione decisiva riguarda il movimento di massa. La FdS ha sempre rivendicato il suo appoggio al movimento di massa, ma fino a che punto a queste enunciazioni ha corrisposto un impegno vero sui territori? Se si eccettua il contributo reale dato di recente alla manifestazione del 16 ottobre, in precedenza un’iniziativa articolata sulla crisi e sulle altre questioni socialmente rilevanti è venuta parzialmente dal PRC, ma limitatamente dalla FdS, in quanto tale. Il punto sul quale però vorrei richiamare l’attenzione è quello della qualità che dovrebbe possedere il movimento di massa e gli ostacoli che esso incontra. La qualità è quella che si coglie nella manifestazione del 16. Un movimento che assume il lavoro come elemento centrale, ma che vede la partecipazione attiva di un’ampia gamma di soggetti, dai lavoratori della scuola e del pubblico impiego, ai protagonisti delle battaglie sui  diritti civili, a quanti si sono mobilitati in difesa della democrazia, che si muove su una linea autonoma e non concertativa. La Fiom ha avuto il grande merito di dare a tale movimento un riferimento chiaro e forte. L’evoluzione della  situazione politica e in particolare le sirene sempre più forti della concertazione ( delle quali la CGIL, nella sua maggioranza,  sembra incline a subire il richiamo) costituiscono gravi minacce per questo movimento. Per questo occorre sostenerlo e articolarlo territorialmente ( in questo senso la costituzione dei comitati 16 ottobre ovunque è il primo impegno da assumere), ma occorre anche affrontare senza reticenza il nodo del sindacato e della necessità di una modifica di linea della CGIL, condizione essenziale per il rilancio di un forte sindacalismo di classe, espressione di sindacati confederali e sindacati di base. Ma anche per promuovere una mobilitazione ampia in cui la convocazione dello sciopero generale costituisce un obiettivo fondamentale. 3.      Infine, la terza questione: l’’unità a sinistra. Anche qui è necessario finalmente uscire dal generico. Di quale unità stiamo parlando? Delle forze a sinistra del PD ovviamente, ma come la mettiamo con SEL? Il progetto di SEL (da questo punto di vista mi pare bizantino distinguere fra SEL e Vendola) punta alla ricostruzione di un centro sinistra, agendo sulla mobilitazione plebiscitaria, con un approccio non dissimile da quello di Veltroni. Cosa ha questa impostazione di comune con la scelta di costruire una sinistra di alternativa autonoma dal PD e con la volontà di superare le logiche del bipolarismo espressa ufficialmente dalla FdS? Mi pare assai poco. Perché allora alcuni dirigenti della FdS mettono sistematicamente in sordina queste differenze  quasi che fossero irrilevanti? Nessuno discute sull’esigenza di promuovere offensive unitarie, ma questo non può tradursi in un codismo che alla fine ingenera ancora più confusione. In particolare, mi chiedo, cosa può pensare un elettore di sinistra che guarda a noi nel momento in cui alcuni sostengono che alle primarie del centro sinistra bisognerebbe partecipare dando indicazione di voto per Vendola?  E questo benché abbiamo sostenuto che in ogni caso non parteciperemo al governo? A me pare che occorra essere realisti. La Fds deve prendere atto che oggi se vi sono delle potenzialità queste stanno a livello sociale. Una sinistra di alternativa si costruisce, in primo luogo, costruendo una relazione con le soggettività che si esprimono nei movimenti e nei conflitti.
Mi auguro che la FdS sappia cambiare passo, costruendo un nuovo profilo più convincente. Sono convinto che occorra impegnarsi con decisione perché ciò avvenga. E’ per questa ragione che con altri compagni ho presentato al congresso della Fds degli emendamenti che marcano questa esigenza di svolta.
In ogni caso, vorrei invitare tutti a riflettere sui segnali di ripresa della FdS nei sondaggi elettorali degli ultimi giorni. Interpretarli non è facile e l’arbitrarietà è un rischio sempre presente. Io, tuttavia, vorrei azzardare un’ipotesi. A me pare che se qualcosa ci ha consentito di recuperare credibilità nelle ultime settimane quel qualcosa è stato l’impegno dimostrato e la visibilità acquisita in occasione della manifestazione del 16 ottobre, dove le bandiere rosse della FdS erano tante, certamente superiori per numero ad ogni altra forza politica e hanno rotto il muro del silenzio intorno a noi. A me pare che se questa interpretazione ha qualche fondamento, il segnale dovrebbe essere colto. Esso ci indica una prospettiva concreta sulla quale lavorare.

LA MANIFESTAZIONE DEL 16 OTTOBRE E I NOSTRI COMPITI

GLI INSEGNAMENTI DELLA MANIFESTAZIONE

Riprendo oggi dopo alcuni mesi di pausa, dovuti a ragioni di impegno, a scrivere su questo blog e lo faccio all’indomani della straordinaria manifestazione del 16 ottobre che a mio avviso rappresenta un vero e proprio punto di svolta. E’ mia convinzione che solo cogliendo il valore e gli insegnamenti di questo “evento” ( perché di questo si è trattato) è possibile affrontare le difficoltà in cui si dibatte la sinistra e al suo interno il nostro stesso partito, Rifondazione comunista.A me pare che tre siano gli insegnamenti fondamentali che ci consegna quella manifestazione:1. L’opposizione è possibile. E questo non più solo perché vi sono proteste sociali diffuse, ma perché è sceso in campo un soggetto sindacale –la FIOM -che assumendo una posizione autonoma, conflittuale e non concertativa, costituisce un referente generale per quelle proteste. Siamo in presenza, cioè, del formarsi (una volta si sarebbe detto così) di una “egemonia operaia”, un’egemonia riconosciuta dai vari soggetti. Questo dato offre la possibilità della costruzione di uno schieramento ampio e apre contraddizioni positive a livello sindacale, in primo luogo nella CGIL, oltre che a livello politico.
2. Rispetto a questo schieramento in formazione e alla conflittualità che esprime balza agli occhi l’estraneità – se non l’ostilità – del principale partito di opposizione, il PD. Questa assenza non è casuale, essa mette in risalto le contraddizioni di natura politica ( e sociale) che percorrono quel partito e che attengono, oltre che alle culture politiche che lo animano, ai riferimenti sociali che assume. Ma ci dice anche della difficoltà che incontra una battaglia di opposizione se non emergono altri soggetti politici. 3. Noi ( e mi riferisco a Rifondazione comunista e alle forze che convergono nella FDS) possiamo essere il referente politico di questo movimento. Lo dimostra la partecipazione nettamente maggioritaria fra le forze politiche che hanno sostenuto quella manifestazione, ma – lo sottolineo – si tratta di una potenzialità non scontata, che dipenderà dalle scelte che faremo. Questi tre insegnamenti mi conducono ad un’altra conclusione: una sinistra di alternativa autonoma dal PD è possibile oltre che indispensabile ma, attenzione, questa sinistra o avrà una forte connotazione sociale o non sarà, perché oggi la spinta viene molto dai soggetti sociali e poco da quelli politici, in larga misura essendo questi ultimi, oltre che fragili, anche inadeguati. E tuttavia, se non vi è un salto di qualità nella sinistra politica, e in particolare in quella rappresentata dalle forze della Federazione della Sinistra, difficilmente la sinistra di alternativa si affermerà come soggetto autonomo e capace di incidere sul piano politico.

I LIMITI DIMOSTRATI DALLA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA
Occorre allora entrare nel merito del ruolo della FdS e al suo interno del PRC. La mia opinione è che il progetto della Federazione abbia presentato e presenti limiti evidenti. Come già sottolineavo in un articolo precedente pubblicato su questo blog, che un accordo di tipo elettorale fosse indispensabile dopo le elezioni europee, data anche l’oggettiva debolezza delle forze che concorrono a formare la Federazione della Sinistra, era scontato. Il punto, tuttavia, è che il profilo politico che è venuta assumendo la Federazione e’risultato inadeguato, col risultato che i consensi si sono ristretti anziché ampliarsi. Io credo che i limiti siano stati i seguenti:1. Il primo è il privilegio accordato nell’iniziativa al momento politico-elettorale, come dimensione totalizzante dell’azione politica. Ciò ha significato, per esempio, l’assunzione della proposta (condivisibile) dell’unità democratica, e cioè dell’alleanza elettorale per battere Berlusconi, come elemento non solo “necessario”, ma anche “sufficiente” a ricostruire un’identità. L’opzione frontista, insomma, ha cancellato la necessità di darsi una forte caratterizzazione autonoma, capace di esaltare gli elementi di alternatività. Senza contare che in alcune posizioni presenti nella Federazione questa impostazione è slittato verso la riproposizione di scorciatoie governiste, abbastanza evidenti – a me pare – nelle reiterate richieste di concorrere alla costruzione di un comune programma di governo con il centro sinistra.2. Queste torsioni politiciste hanno ovviamente comportato una scarsa attenzione alla dimensione sociale, sia dal punto di vista della costruzione del consenso, sia dal punto di vista della costruzione di uno schieramento sociale (anche se il PRC come partito ha tentato in qualche modo di rispondere a questa necessità). Un disinteresse che ha comportato l’incapacità a cogliere i cambiamenti in atto, la sottovalutazione, nel congresso CGIL, della battaglia condotta dalla FIOM e un impegno inadeguato sui territori e nelle vertenze locali. Col risultato che si è perduta un’occasione straordinaria, a maggior ragione in una fase di crisi, di caratterizzarsi come forza in grado di raccogliere la protesta sociale.
3. Infine, l’attenzione spasmodica posta nella FdS alla ricerca degli equilibri, con un dibattito fortemente orientato sugli organigrammi e sulle rappresentanze istituzionali, non solo ha sottratto molte energie che avrebbero potuto essere spese molto meglio nell’iniziativa politica e sociale, ma ha contribuito anche a dare della FdS l’immagine di una formazione politica chiusa in sé, una sorta di partito in formazione che ha determinato due effetti paralleli: da un lato, ha creato fibrillazioni all’interno delle forze che vi fanno riferimento per l’incertezza suscitata sul destino di ciascuna di esse e, dall’altro, ha ingenerato all’esterno l’idea di un processo chiuso, demotivando la partecipazione di altri soggetti.
Da questi limiti, a mio avviso, deriva un profilo non sufficientemente caratterizzato e un consenso inadeguato. Non meraviglia, allora, che a sinistra tendano ad affermarsi opzioni che cavalcando l’antipolitica o il plebiscitarismo delle primarie riescano a polarizzare consensi, giovandosi anche delle nostre debolezze.  Il problema allora è quello di affrontare di petto la situazione per individuare il profilo politico che deve darsi la Federazione.

ALCUNE PROPOSTE VELLEITARIE

Nel dibattito apertosi nella Federazione, nel partito e anche in altri soggetti esterni, cominciano a fare capolino alcune ipotesi politiche, che rappresentano, a mio avviso, delle scorciatoie non condivisibili.  Per sinteticità le esporrò per punti:
1. Una prima opzione è quella di costruire un’intesa con SEL. È una proposta che circola da molto tempo. Prevede la costruzione di liste unitarie alle prossime politiche ( è la proposta di Diliberto), il sostegno alle primarie della candidatura di Vendola (sostenuta da Diliberto ma anche da alcuni settori interni al PRC), l’allargamento della Federazione alla stessa SEL o, addirittura, la fusione con SEL. Ipotesi quest’ultima che nessuno apparentemente sostiene, ma alla quale alcuni pensano. A me pare che questa opzione sia in larga misura velleitaria e spiego perché. Il valore aggiunto di SEL, la sua carta (unica) da giocare è la competizione con il PD da una collocazione interna al centro sinistra, giocata sulla figura di Vendola, esaltata dalla partecipazione alle primarie. Questa linea non ha niente a che fare con la nostra proposta di costruire una sinistra di alternativa autonoma dal PD, né tantomeno si pone nell’ottica di superare il bipolarismo. L’opzione vendoliana muove invece da un approccio plebiscitario, fortemente populista e dichiaratamente governista e ha come orizzonte una ricostruzione del centro sinistra su un modello americaneggiante. Non a caso trova molti punti di contatto, nel PD, con l’area Veltroni. C’è qualcuno che seriamente può pensare che si possa costruire con SEL un rapporto strategico o addirittura la convergenza in un nuovo soggetto politico? Peraltro, le risposte che sono giunte da SEL in merito alle profferte unitarie sono state tutte molto vaghe, quando non sono state esplicitamente negative. Allo stato attuale, quindi, con SEL sono possibili convergenze molto circoscritte, in presenza di prospettive strategiche diverse.
2. La seconda opzione è quella rilanciata sempre da Diliberto, ma non solo, dell’unificazione con il PDCI per dar vita ad un nuovo partito comunista. Questa ipotesi implica, ovviamente, lo scioglimento di fatto della FdS, dato che lo squilibrio che verrebbe a determinarsi al suo interno non consentirebbe di mantenerla in piedi. Il problema di questa proposta è che essa dà per scontato un elemento che scontato non è e cioè che, data la comune origine e il comune riferimento (il comunismo), queste due forze siano facilmente integrabili. E invece non è così perché i limiti in cui è incorsa la Fds derivano, in primo luogo, dalla necessità di realizzare compromessi proprio per comporre le differenze esistenti fra queste forze. Un’unificazione forzata, quindi, non determinerebbe, come alcuni pensano, un nuovo entusiasmo e l’affluenza di soggetti comunisti diffusi nella società, ma aprirebbe nuovi problemi, con la possibilità di nuove diaspore. Inoltre, dato che le differenze attengono in larga misura alla possibilità della ricostruzione del centro-sinistra e di una prospettiva di governo, è evidente che una simile fusione, se dovesse esserci, implicherebbe una svolta di linea in senso moderato. L’unica proposta che mi sembra credibile resta quella di rilanciare il progetto della rifondazione comunista come ricerca di contenuti e pratiche innovative di un’opzione comunista, intorno a cui polarizzare forze, in un processo di disarticolazione e riarticolazione.

L’INSUFFICIENZA DEL CONTINUISMO

Non credo che da proposte di questo genere possa venire dunque la soluzione dei nostri problemi. Si tratta di scorciatoie, elaborate a prescindere dalla realtà dei fatti e come tali prive di reali possibilità. La soluzione, tuttavia, non può venire neppure dal puro continuismo e cioè dalla riproposizione della Federazione così come è, magari tentando di forzarne le regole di funzionamento interno per ottenere un’unificazione organizzativa, in assenza di possibilità di un’unificazione politica. Quale è allora la strada da imboccare?
A me pare che occorra prendere atto che l’attuale FdS è inadeguata e che il problema fondamentale è quello della costruzione di un polo della sinistra di alternativa autonomo e alternativo dal PD. Questo significa che l’attuale Fds non basta. Né credo, in tutta onestà, che essa possa dilatarsi per incorporazioni successive. Questo presupporrebbe che esistano soggetti disposti a farsi cooptare, cosa non facile. La Fds deve quindi costruire intorno a sé un sistema di alleanze politiche e sociali che scontino anche la possibilità di soluzioni organizzative e politiche originali. Questo polo può coinvolgere forze politiche e sociali (e da questo punto di vista è giusto mantenere un’offensiva unitaria a sinistra), ma a me pare che le potenzialità maggiori stiano in queste ultime. La manifestazione del 16 in questo ci da degli insegnamenti e suscita speranze. Sappiamo, tuttavia, che le relazioni con le forze sociali non sono assimilabili a quelle con le forze politiche. Il terreno decisivo è quello della convergenza sui contenuti e sulle pratiche sociali. Questo approccio, rigoroso sui contenuti, molto legato al conflitto e con una forte propensione a costruire relazioni coi soggetti sociali, è anche l’unico modo per sciogliere le ambiguità nella sinistra politica. Ciò vale per il rapporto con SEL, ma anche con IdV, Verdi, PCL, SC. E’ solo per questa via che si può riuscire a smuovere qualcosa sul piano politico.
La costruzione di questo polo implica l’abbandono del politicismo e la ricollocazione della Fds in un rapporto diretto con la società. Questo significa: meno discussioni su organigrammi, statuti e composizione delle rappresentanze istituzionali e più costruzione di proposte per il paese, organizzazione di campagne, promozione di vertenze. Ma significa anche un diverso approccio alla questione decisiva del governo, non sottovalutandola, ma riportandola nella giusta prospettiva. Che è quella di un governo per la trasformazione sociale, per la gestione di politiche adeguate agli interessi che si vogliono rappresentare. Per questo occorre limpidezza e rigore. La partecipazione al governo, ai governi di qualsiasi livello, è subordinata alla possibilità della trasformazione, non può essere teorizzata come puro espediente per trovare una rilegittimazione. E’ per questo che un nostro coinvolgimento in un governo di centro sinistra non è possibile, è possibile un accordo circoscritto, non un accordo organico. Ed è per questo che pur non essendo disinteressati a quale potrebbe essere l’indirizzo di un nuovo governo di centro-sinistra non ha alcun senso che oggi la FdS si metta a partecipare alle primarie come alcuni vorrebbero. Non sarebbe curioso che chi non intende entrare in un governo partecipi alla designazione del futuro leader?

ALCUNI COMPITI IMMEDIATI

Che fare, da subito, per muoversi in questa direzione?Io vedo alcune urgenze. In primo luogo, occorre rendere visibile una proposta programmatica per rispondere alle urgenze sociali poste dalla crisi e su questa costruire una campagna nel paese. I temi non sono nuovi, il punto è che alcuni sono decisivi per parlare ad una sinistra di opposizione alla ricerca di referenti politici. Penso alla pubblicizzazione dell’acqua, alla lotta alla precarietà, alla difesa del lavoro (dal blocco dei licenziamenti, alla difesa dei diritti sui luoghi di lavoro, ad una nuova legge sulla rappresentanza). Questi contenuti debbono costruire una connessione con i soggetti che si muovono nella società, anche se non esauriscono una piattaforma di iniziativa.
La seconda è quella di dare continuità a questa opposizione sociale non omologata e concertativa che si è espressa nella manifestazione del 16 ottobre. Per farlo occorre che quei contenuti siano oggi ripresi a livello locale. La proposta di comitato 16 ottobre è interessante e va praticata da subito, ma con alcune attenzioni. E’ fondamentale che il tema del lavoro, del reddito e le grandi questioni sociali, costituiscano i riferimenti programmatici; che nei comitati prevalga il fare sull’estenuante dibattito politico e quindi l’individuazione delle azioni concrete e che alcuni referenti sociali conservino il loro ruolo fondamentale, la FIOM in primis, ma non solo.
La terza è che questo nuovo schieramento contribuisca alla ricostruzione del sindacalismo di classe nel paese. La generalizzazione delle lotte, la loro unificazione in un grande sciopero generale implica in primo luogo, l’unità nell’azione di tutte le componenti di classe confederali e di base. La grande questione che si pone è quella in primis della ricollocazione della CGIL in una prospettiva non concertativa. Un partito non può entrare a gamba tesa nel dibattito di un sindacato, ma non ne può essere disinteressato. E’ interesse di tutti che vi sia una riarticolazione di posizioni all’interno della CGIL. Su questo nodo il tema non può essere rimosso nella FdS.
La quarta è l’attivazione di un processo anche nelle future competizioni elettorali amministrative. Il nostro compito deve essere quello di far emergere anche in tali consultazioni una sinistra di alternativa. Non è un progetto facile, tutt’altro. La Fds deve farsi carico della proposta di liste unitarie ai soggetti che si riconoscono in questa prospettiva. In questa operazione occorre avere bene attenzione a che i soggetti locali che hanno partecipato alla manifestazione del 16 ottobre siano coinvolti nella costruzione delle piattaforme programmatiche e nelle scelte politiche locali. E’ a partire da questi raggruppamenti su programmi qualificati che occorre reggere il confronto con il PD locale, per vincerne resistenze, per modificarne posizioni, ma senza subalternità e senza vincolarsi ad alleanze preventive.
La quinta riguarda il congresso della Federazione. Su questo congresso pesa la ritualità di un appuntamento imposto prima dei congressi delle singole forze politiche, per ragioni di propaganda. Inoltre, per le modalità concrete con cui è stato costruito, esso rischia di diventare un esercizio plebiscitario. Tre, allora, sono le questioni dirimenti. La prima, non scontata, è che in questo congresso si affrontino i limiti evidenti di quell’esperienza, a partire dalla necessità dell’abbandono di ogni approccio politicista, la seconda che per quanto riguarda il modello organizzativo si prenda finalmente atto che non esistono scorciatoie fusioniste e che bisogna rispettare l’autonomia delle singole forze politiche e, infine, la terza, che si assuma la costruzione di una sinistra di alternativa autonoma dal PD e protagonista del conflitto sociale, come obiettivo centrale, non risolvibile nella semplice costituzione della Federazione.

IL CONGRESSO DELLA FEDERAZIONE: UNA SCELTA SBAGLIATA

Come spesso succede, di fronte alla necessità di affrontare i nodi politici di fondo, si ripiega sulle soluzioni organizzative, con il risultato che non solo i problemi non vengono risolti, ma che si rischia di crearne di nuovi. E’ quello che sta avvenendo con la decisione di indire il congresso della Federazione della Sinistra. Purtroppo, e non innocentemente, queste decisioni sono spesso assunte in ambiti ristretti, che molto spesso non comprendono neppure gli interi gruppi dirigenti nazionali dei soggetti politici coinvolti nell’operazione. Sulla natura di tale operazione occorre fare un po’ di chiarezza. In questo intervento, quindi, cercherò di offrire alcuni elementi di conoscenza e, al tempo stesso, esprimere le mie opinioni.

In primo luogo, va precisato che cosa si intende per congresso della Federazione, di cosa effettivamente si tratti. In realtà, le decisioni finali su regolamento e documento politico sono ancora da prendere, ma i contorni appaiono ormai abbastanza chiari. In buona sostanza, tutti gli iscritti delle quattro formazioni che compongono la Federazione verranno chiamati a congresso (e quindi a partire dai circoli) e la fase congressuale si dovrà chiudere entro l’anno. Inoltre – questo è contenuto nello statuto provvisorio che si intende ora sostanzialmente riconfermare – nella fase congressuale dovrebbero essere nominati (dai circoli, alle federazioni, ai livelli regionali, a quelli nazionali) i vari organismi dirigenti. Per ciascuno di questi livelli sono definite tre strutture di direzione: il consiglio, il coordinamento, il portavoce. Per le elezioni di questi organismi si prevede una quota del 25% definita dalle organizzazioni federate e il 75% senza vincolo, ma attenzione, con la clausola che nessuna delle organizzazioni possa superare il 50% dei membri.

Questo a tutt’oggi quello che si può capire dalle dichiarazioni ufficiali dopodiché in sede di commissioni qualcosa potrà cambiare, ma la sostanza probabilmente resterà la stessa. Di fronte a questo ginepraio di norme non è facile orientarsi anche perché alla grande maggioranza degli iscritti sfuggono i termini politici della questione e  agli stessi giungono solo segnali per lo più propagandistici del tipo: “bisogna fare presto”, “non si può rimanere nel guado”, “ chi mette in discussione queste scelte vuole sabotare l’unità” e via dicendo, con tutto l’armamentario allarmistico a cui siamo stati abituati in questi mesi. Affrontiamo allora di petto la questione. Lo farò per punti, per essere estremamente chiaro e diretto.

  1. Non esiste a tutt’oggi una linea politica precisa ed effettivamente condivisa nella Federazione. In particolare, su due punti non irrilevanti vi sono opinioni molto diverse: l’una riguarda il rapporto con il centro sinistra, rispetto al quale ( al di là delle reticenze) alcuni vorrebbero porsi in posizione autonoma e altri vorrebbero “confluirvi” (il termine potrà risultare troppo forte, ma a me pare che la sostanza sia questa). Va da sé che le due posizioni comportano prospettive politiche radicalmente diverse. Il secondo nodo riguarda la CGIL e più in generale la politica sindacale: alcuni sostengono la linea emersa nel congresso ed espressa da Epifani, altri la considerano del tutto sbagliata perché ripropone oggi, e in un momento di stretta economica e sociale, un approccio concertativo senza prospettive. Personalmente, come ho più volte ribadito, sono per l’autonomia dal centro sinistra e per la non subordinazione del  conflitto sociale. In buona sostanza, non esiste la base comune minima per un congresso, a meno di non concepire il congresso come una finzione, sfumando sui contenuti.
  2. Il congresso della Federazione dovrebbe tenersi “prima” del congresso del partito. Il che significa che dopo alcuni mesi che si è tenuto il congresso della Federazione, gli stessi iscritti verrebbero riconvocati per svolgere il congresso del partito. A parte l’assurdità di un dibattito ininterrotto, come si fa a non comprendere che a questo punto sarebbe il congresso della Federazione a dettare la linea al partito, rovesciando completamente l’impostazione corretta  che dovrebbe prevedere prima la consultazione delle singole formazioni politiche? Non solo, ma a quel punto il partito verrebbe messo di fronte al fatto compiuto. Se modificasse le scelte assunte nel congresso della Federazione la metterebbe in crisi, se non lo facesse rischierebbe di subire scelte non condivise, con buona pace della sua autonomia. A questo punto, perché fare il congresso del partito?
  3. Che esista concretamente il rischio che il congresso della Federazione avvii il superamento del partito  lo dimostra non solo la tempistica, ma anche le regole alle quali ho accennato in precedenza. Pensare di costruire una federazione attraverso un percorso che assembla gli iscritti di tutte le formazioni significa già incamminarsi verso la fusione organizzativa, se poi (ed è uno dei tanti paradossi dell’impostazione assunta) si intende dar vita a organismi dirigenti che a ogni livello sono la replica di quelli del partito, si può ragionevolmente pensare che possa coesistere la Federazione e il partito? Di fatto, se si tiene in piedi la Federazione si elimina il partito. Si consideri poi l’assurdo di strutture dirigenti unificate a partire dai circoli, dato che nella stragrande maggioranza dei casi esistono nei territori solo quelli del PRC. Come ci si inventerà la quota da destinare ad altre organizzazioni?
  4. Si sostiene che un congresso di questo tipo consentirebbe l’afflusso di nuove forze, che aprirebbe spazi a chi, non iscritto a nessun partito, vorrebbe confluire nella Federazione. Di qui la retorica su “una testa, un voto”. La realtà è ben diversa. Mentre nei mesi scorsi le forze della Federazione si sono ritrovate quasi esclusivamente per discutere di candidati alle elezioni, l’attività concreta nei territori sulle questioni sociali è stata minima. Qualcuno dovrebbe interrogarsi sul perché è successo. Ma il punto è che in assenza di questo intervento, quale attivazione di rapporti con soggetti esterni è stata promossa? Per quale motivo ora, e peraltro per integrare le fila della Federazione, qualcuno dovrebbe aderirvi? Al massimo potrà affacciarsi alla porta della Federazione qualche pezzetto di ceto politico. In ogni caso, la questione sostanziale è che la formalizzazione congressuale degli organismi della Federazione “chiude” un processo di allargamento, non lo apre. Qualcuno davvero pensa che dopo la ratifica di un congresso qualcun altro si avvicinerà?

E’ lecito, a margine di queste riflessioni, porre due interrogativi. Il primo è: perché avviene tutto ciò? Il secondo è: quale può essere un’alternativa?

Al primo quesito posso rispondere in questo modo. Io penso che la Federazione sia stata la soluzione confusa data a un’esigenza reale e comprensibile, quella di garantirsi una massa di consensi elettorali necessari a sopravvivere. Quali tratti dovesse assumere la Federazione non era chiaro, né si è affrontato seriamente la questione decisiva del suo profilo politico e della sua missione sociale. Quest’ultimo limite, in particolare, a me sembra sia responsabile degli esiti deludenti a livello elettorale. La soluzione organizzativa che ora si intende adottare è il frutto di improvvisazioni, di soluzioni non meditate, di pressioni interne dettate spesso da convenienze di gruppo, ma soprattutto dell’ambiguità di una formula (per l’appunto la “federazione”) che allude a una soluzione politico/organizzativa  intermedia fra l’unità d’azione e la fusione in un nuovo partito. Il tutto nel tentativo di dare stabilità a qualcosa che stabile non è. I rischi, come mi sono sforzato di dimostrare sono i seguenti: dare vita a un’organizzazione artificiosa senza solide basi politiche (e anzi con evidenti differenze), avviare il superamento del partito, diventare ancora più autoreferenziali sul piano sociale.

Che fare allora? Io credo che occorra operare una scelta di fondo. Questa scelta è la costruzione di una sinistra di alternativa dai connotati anticapitalisti, fortemente connessa con le pratiche sociali e con i conflitti, che si pensi e operi come soggetto autonomo dal centro-sinistra. In questa sinistra (in larga misura da costruire, ma la cui base sociale potenziale esiste) deve essere presente una forza comunista rifondata. Quello della “rifondazione comunista” non è cioè un tema solo culturale, ma risponde a un’esigenza politica concreta. Dare un elemento di riferimento politico, teorico e culturale, anche un ancoraggio organizzativo di una certa consistenza, all’operazione di costruzione di una sinistra di alternativa più ampia, nel pieno rispetto delle singole soggettività e con una tensione unitaria vera. Questo significa che le ambiguità della federazione vanno sciolte. Essa non può essere un partito in formazione, che semplicemente eliminerebbe l’unica soggettività di una qualche consistenza che è il PRC, né può risolvere il problema della costruzione di un polo alternativo degno di questo nome. Cosa può essere allora? Molto realisticamente: nell’immediato un’intesa elettorale e, in prospettiva, un primo nucleo di forze di una costituenda sinistra alternativa, beninteso chiarendo i nodi politici che restano in sospeso.

Significa questo buttare a mare quello che si è fatto o lasciare languire nell’ambiguità e nell’inattività la coalizione che si è formata? No, sarebbe un errore.  Occorre invece assumere quelle misure organizzative che rispondono a esigenze vere, senza pregiudicare la prospettiva più ampia, lasciandoci anche la possibilità di sciogliere i nodi politici, senza farli precipitare o in uno scontro fatale o, al contrario, in mediazioni abborracciate, di scarsa credibilità. Faccio tre esempi. La prima esigenza è quella di darsi delle regole sul piano elettorale. E’ urgente la definizione di regole sulle presentazioni elettorali della Federazione che evitino tutti gli inconvenienti, anche sgradevoli, che si sono prodotti fino ad ora.  In secondo luogo, occorre definire da subito una piattaforma di iniziativa sociale. Questa è la vera urgenza e su questo terreno tutti gli sforzi dovrebbero essere promossi a livello locale. Se non c’è un impegno serio nella battaglia di opposizione non ci sono prospettive. Infine, è necessario garantire sui territori quel coordinamento dell’iniziativa necessario, in particolare ai livelli provinciali, oggi praticamente assente,  ma con strutture snelle e, soprattutto, che si possano aprire ad altri soggetti della sinistra di alternativa. Fare questo e bene sarebbe un bel progresso, il resto sono fughe in avanti prive di credibilità.

Gianluigi Pegolo

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